La società civile ha diritto a entrare nei centri per migranti costruiti dall’Italia in Albania. Il tribunale amministrativo del Lazio ha censurato il ministero dell’Interno per aver negato la richiesta di accesso dell’Associazione per gli Studi giuridici sull’immigrazione (Asgi).

L’organizzazione, che riunisce avvocati ed esperti di diritto dell’immigrazione, svolge tra le sue attività la verifica delle prassi amministrative. Dunque, effettua visite nelle strutture di trattenimento anche sul territorio nazionale per valutare il rispetto dei diritti delle persone private della libertà personale. Così aveva fatto anche per il Cpr di Gjadër, realizzato dall’Italia in Albania con la firma dell’intesa tra i due governi in materia migratoria

Una delegazione di Asgi aveva infatti chiesto il 20 marzo 2025 l’autorizzazione ad accedere nelle strutture di Shëngjin, la cittadina portuale, e di Gjadër, nell’entroterra, considerando in particolare la situazione dei centri in quel momento dove, in base alle notizie di stampa, erano state «condotte numerose persone», «poi ritrasferite in Italia in quanto soggetti vulnerabili e richiedenti asilo». 

Dopo diversi solleciti da parte dell’associazione, la prefettura – acquisito il parere del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del ministero dell’Interno – ha negato «il nulla osta all’ingresso», sostenendo che il «clamore mediatico» avrebbe sconsigliato, «al momento, l’ingresso nei suddetti centri, onde evitare rischi sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza pubblica».

La sentenza del Tar

I giudici del Tar hanno censurato la motivazione del rigetto della prefettura, contro cui Asgi ha presentato ricorso: «Siffatto diniego, così prospettato, appare del tutto apodittico e contrario al quadro normativo», si legge nella sentenza del 17 febbraio, «atteso inoltre che esso non si limita a rinviare ma nega sine die la visita».

Il collegio ha infatti ricordato come la normativa europea e interna, oltre alla giurisprudenza, prevedano la possibilità per diverse figure della società civile di accedere ai centri di permanenza per il rimpatrio. L’ingresso può essere sottoposto all’autorizzazione dell’amministrazione, previo parere del ministero, che può anche limitare la facoltà «se sussistono rischi concreti per l’ordine e la sicurezza pubblica», scrivono i giudici. Ma, nel caso in questione, il diniego «non è adeguatamente motivato con specifico riguardo alla posizione dell’associazione ricorrente, né con riguardo alle asserite esigenze di tutela dell’ordine e sicurezza pubblica del Centro, che appaiono del tutto generiche e non possono sussistere a tempo indefinito».

In altre parole, secondo il Tar, l’amministrazione avrebbe potuto limitare la possibilità di ingresso ai centri in Albania, ma avrebbe dovuto indicare le «circostanze concrete», per motivare gli ostacoli all’accoglimento dell’istanza, che tra l’altro possono solo differire l’accesso, non impedirlo completamente. 

Opacità

Questa decisione del tribunale amministrativo è arrivata a pochi giorni dall’approvazione in Consiglio dei ministri del disegno di legge immigrazione, dove – tra le tante misure in materia – è stato inserito l’articolo 17 septies con cui di fatto, se venisse approvato il testo, si limiterebbe il potere ispettivo dei garanti e dei parlamentari nazionali ed europei nei Cpr.

La prerogativa in capo ai parlamentari e ai garanti permette loro di visitare i luoghi di detenzione senza obbligo di dare preavviso all’amministrazione. Per poter garantire un’ispezione effettiva i parlamentari sono accompagnati da professionisti legali, sanitari o altri esperti della materia, per avvalersi di competenze molto specifiche. 

L’articolo del ddl approvato a febbraio prevede invece che i collaboratori, anche degli eurodeputati, devono essere figure «stabili incardinate nell’ambito del loro ufficio» e che la visita sia limitata «alla facoltà di colloquio con gli stranieri presenti nei centri che ne fanno richiesta». 

Un modo per rendere ancora più complicata un’attività già difficile in un sistema, quello della detenzione amministrativa, che parlamentari e società civile considerano «opaco». L’assenza di informazioni da parte del governo e dell’amministrazione è una costante: non è chiaro quali siano i criteri di selezione delle persone deportate in Albania, non sono pubblici i dati sulle presenze, sulle nazionalità delle persone trattenute o sulle modalità di trasferimento. Né sono note le spese di risorse pubbliche per l’intera operazione.

Invece, questa pronuncia, conclude Asgi, ha anche «il pregio di affermare l’accessibilità dei centri di trattenimento a soggetti anche diversi dagli enti associativi, che ne facciano motivata richiesta». Un principio che, secondo l’associazione, assume «un’importanza cruciale» in vista dell’entrata in vigore del Patto Ue su asilo e immigrazione il prossimo giugno. Il nuovo sistema in cui il trattenimento delle persone migranti diventerà molto più diffuso.

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