Il testo riguarda i criteri di nomina e serve a valutare in quali casi considerare indicatore preferenziale l’esperienza antimafia ed è basato su dati ufficiali. Ma ha provocato reazioni critiche, come quella della pg di Torino Lucia Musti, che teme il rischio di sottovalutazione del fenomeno mafioso al nord
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Una delibera del Csm fa scoppiare lo scontro tra consiglio e mondi intorno all'antimafia. Il testo, approvato dal plenum l'11 giugno in modifica del Testo unico sulla dirigenza giudiziaria, individua le procure distrettuali che operano in aree caratterizzate da alta densità di criminalità organizzata di tipo mafioso e si tratta di Bari, Caltanissetta, Catania, Catanzaro, Lecce, Messina, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma e Salerno.
L'indicazione di questi distretti - proposti dalla Quinta commissione - è fondata su dati e fonti istituzionali e sono funzionali a una valutazione tecnica, ovvero l'individuazione di "uffici per i quali trova applicazione un indicatore attitudinale speciale".
La delibera
In altre parole, negli uffici requirenti indicati il candidato che chiede una nomina direttiva o semidirettiva vedrà valorizzata in modo particolare come attitudine speciale una sua pregressa esperienza in materia di antimafia. Questo significa che, tecnicamente, il Csm non ha stilato un elenco dei distretti a densità mafiosa, ma ha indicato quelli in cui la pericolosità del fenomeno è talmente elevata da considerare l'esperienza nel combattere le mafie un requisito preferenziale per i magistrati che chiedono di prendere servizio li.
Il Csm ha sottolineato che «al fine di procedere a tale individuazione, sono stati utilizzati criteri particolarmente rigorosi, funzionali a dimostrare un radicamento strutturare del fenomeno mafioso, idoneo a condizionare economia, pubblica amministrazione e vita istituzionale. Le relative valutazioni sono state effettuate sulla base della relazione della DIA 2024 (che presta particolare attenzione alle infiltrazioni nell’economia legale), il bilancio sociale della DNAA, la tabella degli atti inseriti nel sistema SIDDA/SIDNA (anche con riguardo ai detenuti sottoposti al regime speciale ex art. 41 bis ord. pen.), il dossier ANCI sulle infiltrazioni negli enti locali».
La critica
Da che l'elenco è stato pensato per ragioni quasi interne al Csm, come indicatore per le nomine, l'effetto è stato quello di aprire una polemica sulla "mafiosità" dei territori. Secondo i critici, infatti, la mappatura proposta dal Csm - pur se costruita su dati istituzionali - di fatto cancellerebbe l'esistenza della mafia al nord.
Di questo parere è la procuratrice generale di Torino, Lucia Musti, la quale ha parlato di una «sottovalutazione» del Csm e richiamato l’attenzione su un dato che emerge con sempre maggiore evidenza dalle indagini delle Direzioni Distrettuali Antimafia: «Le organizzazioni criminali non sono più un fenomeno confinato al Mezzogiorno, ma una presenza stabile e radicata anche nelle regioni del Centro-Nord» e l’esperienza investigativa maturata negli ultimi anni dalle procure di Torino, Milano, Bologna, Venezia e più recentemente Trento «dimostra come le cosche, in particolare quelle riconducibili alla ’ndrangheta, abbiano scelto da tempo di investire nelle aree economicamente più dinamiche del Paese. Non si tratta più soltanto di presenze occasionali o di basi logistiche, ma di un radicamento che interessa settori strategici dell’economia: edilizia, turismo, logistica, servizi, recupero crediti e gestione dei rifiuti».
Anche l'associazione Libera ha organizzato un presidio a Bologna, da dove ha sostenuto che le mafie sono anche al nord e ha parlato di un provvedimento del Csm che «rischia di far passare un messaggio sbagliato», perché «la geografia della criminalità organizzata è radicalmente cambiata e non può più fermarsi al Sud, e di conseguenza anche gli strumenti di osservazione devono evolversi».
Il problema
Dal Csm, invece, filtrano riflessioni diverse: la delibera non ha alcuna finalità di fare un elenco di densità mafiosa nei territori, ma serve solo e unicamente in relazione ai parametri di nomina dei magistrati. In altre parole: senza l'elenco, il rischio sarebbe stato quello di considerare per una nomina sempre prevalente in tutte le sedi il criterio di un'esperienza nell'Antimafia. Con l'effetto estremo di ritenere che un magistrato antimafia sia per presupposto più titolato di altri ad assumere un incarico in una sede che è anche sede distretturale antimafia.
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