É la giornata delle parziali certezze per il Consiglio superiore della magistratura. Mentre alla Camera si riuniscono i parlamentari in seduta comune per il primo voto per eleggere i dieci componenti laici, in Cassazione è cominciato lo spoglio per l’elezione dei venti togati che la magistratura ha votato il 25 e 26 ottobre. E un primo dato già emerge: i gruppi progressisti hanno eletto entrambi i rappresentanti per il collegio di legittimità, con Giovanni Nardecchia (di Autogoverno Diffuso inserito nelle liste di Md) e Egle Pilla (di Area).

I risultati

I risultati sono solo parziali: oggi si svolge lo scrutinio solo per il collegio di legittimità e per i due collegi dei pubblici ministeri, domani invece si svolgerà lo spoglio – più complesso perché andrà calcolata anche la quota proporzionale – per i quattro collegi dei giudici di merito. L’affluenza è stata altissima, quasi al 90 per cento, con 8507 voti espressi per la legittimità.

Un grande successo è già stato certificato, però: nel collegio di legittimità il primo eletto e più votato con 1759 schede è stato Giovanni Nardecchia, sostituto procuratore in Cassazione e candidato per il gruppo “Autogoverno diffuso” legato all’esperienza del consigliere uscente Roberto Fontana, in collegamento con le liste di Magistratura democratica. Seconda eletta a un soffio di distanza è stata un’altra toga progressista: la candidata di Area Egle Pilla, con 1710 voti.

Si tratta di un successo importante per le toghe progressiste, che hanno sottratto al gruppo conservatore di Magistratura indipendente i due scranni più ambiti, perché uno dei togati di legittimità siede di diritto nella sezione disciplinare del Csm.

A pesare sul risultato dell’ex segretario dell’Anm e candidato di Mi, Salvatore Casciaro – fuori per pochissimo con 1704 voti - è stata la candidatura indipendente di Luisa De Renzis, considerata vicina alla stessa area culturale, che ha preso 996 voti.

Elisabetta Ceniccola di Unicost ha ottenuto 1311 voti, l’indipendente Luca Lorenzetti di AltraProposta ha preso 202 voti.

L’esito è stato molto diverso da quello di quattro anni fa, quando a prevalere come più votata era stata Paola D’Ovidio di Magistratura indipendente (con 1861 voti), seguita da Antonello Cosentino di Area con (1226).

Cambia così l’orientamento della maggioranza dei magistrati, visto che tutto l’elettorato vota per i togati di legittimità.

Nel pomeriggio comincerà lo spoglio per individuare i cinque eletti tra i pubblici ministeri.

I laici

Per quanto riguarda la Camera, l’esito della scheda bianca è scontato per questa prima votazione. I dieci laici si eleggono a maggioranza qualificata di tre quinti dell'assemblea nelle prime due votazioni e dei tre quinti dei votanti dal terzo scrutinio in poi e i giochi per individuare il pacchetto di nomi sono appena cominciati.

Per prassi, infatti, il parlamento in seduta comune vota i nomi in blocco, che sono frutto di pazienti opere di confronto tra maggioranza e opposizione.

Che il primo voto si concludesse in un nulla di fatto era scontato, mancando ancora gli esiti del voto per i togati che comporranno il prossimo plenum. La valutazione dei gruppi parlamentari infatti è duplice: non solo indicare i propri nomi graditi, ma anche scegliere chi potrà aspirare al ruolo di vicepresidente, che verrà eletto tra i laici ma con i voti di tutto il plenum, la cui maggioranza è appunto togata. Se vincessero le toghe conservatrici, un vicepresidente di centrodestra sarebbe probabile, altrimenti i giochi sarebbero aperti.

In questo senso, dentro il Pd starebbe maturando una mossa precisa: eleggere tra i laici di minoranza il professor Enrico Grosso, che è stato presidente del comitato per il No al referendum. Il suo nome, evidentemente gradito ai magistrati, potrebbe sbaragliare la concorrenza incassando il sostegno di tutti i togati.

La strada per il voto in parlamento, però, è ancora lunga. Due sono per ora i livelli sotterranei dello scontro. Il primo riguarda la ripartizione dei seggi laici: le opposizioni chiedono di indicare quattro nomi, lasciandone sei alla maggioranza e dunque conquistandone uno in più rispetto alla consiliatura uscente. Questo sia per rispettare le proporzioni dei gruppi parlamentari, ma anche considerando l’incertezza di un’elezione che avviene a pochi mesi da elezioni che potrebbero rideterminare gli equilibri parlamentari. Difficile che l’istanza venga accolta (già quattro anni fa la maggioranza non aveva voluto sentire ragioni), ma gli abboccamenti sono appena cominciati.

La seconda questione riguarda invece la maggioranza, che oggi immagina quattro laici in quota FdI, uno in quota Lega, uno in quota Forza Italia (che punta sull’ex laico Pierantonio Zanettin, unico nome indicato dai gruppi parlamentari) e uno in quota Noi Moderati. A generare tensioni è il nome di Antonio Di Pietro, che ha sostenuto il Sì al referendo e si è autocandidato al consiglio. Nei giorni scorsi ha pranzato alla Camera con il responsabile organizzazione di FdI, Giovanni Donzelli, e fonti meloniane hanno fatto sapere di valutare anche il suo profilo. Fortemente contrari sono gli azzurri, che hanno già pubblicamente detto che si metteranno di traverso questa indicazione sul fronte del centrodestra.

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