Il cittadino medio si aspetta dal soldato una piena, tangibile, ferrea neutralità. La divisa è percepita come la rappresentazione simbolica più intensa del legame che avvince i soldati all’intera comunità. Del resto, lo stabilisce proprio l’articolo 98 della Costituzione e cioè che i pubblici impiegati, e tra questi vi sono senza ombra di dubbio i soldati, «sono al servizio esclusivo della nazione». È peraltro sintomatico che il comando delle forze armate sia stato dalla setta Costituzione, all’articolo 87, attribuito al Presidente della Repubblica che, proprio in virtù di questa previsione, è il rappresentante dell’unità nazionale.

Allora, il soldato non può fare politica? Non può agire a favore di un qualche movimento o formazione politica?

In verità, è ben vero che il citato articolo 98 contempla la possibilità di stabilire limitazioni al diritto d’iscriversi ai partiti politici, tra gli altri, per i militari di carriera in servizio attivo. Ma appunto di facoltà, e non di obbligo per il legislatore, si tratta. Tant’è vero che, diversamente dai magistrati, il nostro legislatore non ha mai sancito espressamente un simile divieto. Dunque, ogni soldato è libero di aderire ad un partito, a qualsiasi partito e in questa veste è libero di fare politica.

Per gli appartenenti alla Polizia di Stato, poi, l’art. 114 della legge n. 121 del 1981, aveva sì stabilito un divieto di iscrizione, ma solo in attesa di «una disciplina più generale della materia» che però non è mai intervenuta.

Sappiamo tutti che ai militari non è preclusa la possibilità di farsi eleggere in parlamento, visto che le cause di ineleggibilità previste dalla legge nei loro confronti sono relative e, perciò, non ostative. Lo stesso Roberto Vannacci, all’epoca in servizio come generale di divisione, è stato eletto al parlamento europeo. Altri alti ufficiali sono approdati alle Camere, come per tutti il generale Franco Angioni. Ma davvero non ci sono limiti, viste le evidenti specificità, strutturali e operative, che contraddistinguono il soldato?

il codice dell’ordinamento militare

In realtà, il codice dell’ordinamento militare del 2010 ha sì riconosciuto agli appartenenti alle forze armate diritti e libertà, ma con limitazioni, vincoli e divieti giustificati proprio dalla particolare natura del servizio reso da questa categoria di professionisti.

Per ciò che riguarda, in particolare, la sfera politica l’articolo 1483, dopo aver dichiarato che «le forze armate devono in ogni circostanza mantenersi al difuori dalle competizioni politiche», stabilisce che ai militari che versano in specifiche condizioni, che poi vedremo, «è fatto divieto di partecipare a riunioni e manifestazioni di partiti, associazioni e organizzazioni politiche, nonché di svolgere propaganda a favore o contro partiti, associazioni, organizzazioni politiche o candidati a elezioni politiche e amministrative». Questo divieto vale per i militari che svolgono attività di servizio, che si trovano in luoghi militari o comunque destinati al servizio, che indossano l’uniforme, che si qualificano, in relazione ai compiti di servizio, come militari o si rivolgono ad altri militari in divisa o che si qualificano come tali.

Con una sentenza del 2017, il Consiglio di Stato ha escluso che la mera iscrizione ad un partito concreti, in sé, una forma di partecipazione alla competizione politica. Ciò che, invece, confligge con il dettato normativo è l’assunzione di cariche all’interno di un partito. Si legge in questa sentenza che «mentre la mera iscrizione, quale adesione ideale alle scelte politico-ideologiche di un partito, non presenta, in sé, un contenuto attivo e propositivo, al contrario l'assunzione di cariche direttive veicola la possibilità di incidere ab interno su tali scelte, contribuendo a determinarne profilo, direzione ed intensità».

Perché questo divieto? Un conto è prendere soltanto la tessera di un partito o impegnarsi formalmente nell’azione politica svolta in seno ad una istituzione rappresentativa. Altro è, nella veste di soldato, concorrere, in forza della carica ricoperta, alla definizione della linea politica di un dato partito. In questo caso, infatti, si creerebbe e si alimenterebbe una relazione continua con la forza armata di appartenenza a scapito proprio della indefettibile neutralità di quest’ultima.

Insomma, se si vuole davvero che le forze armate siano non soltanto custodi della democrazia, ma anche protagoniste del processo democratico quali istituzioni e, nel contempo, formazioni sociali destinate allo sviluppo della personalità dei loro membri, è indispensabile fare chiarezza al riguardo per scongiurare il rischio di indebite e insidiose commistioni e sovrapposizioni.

Un buon punto di partenza sarebbe confidare nel senso di onore e di disciplina che permea l’attività quotidiana di ogni cittadina e cittadino in divisa, nella consapevolezza della priorità dell’interesse generale rispetto alle ragioni di partito.

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