A due giorni di distanza dai fatti, è comparso il grande assente nel dibattito sulle evasioni dal carcere minorile Beccaria di Milano. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, è intervenuto con un lungo comunicato stampa che raddrizza il tiro rispetto alle esternazioni dell’onnipresente ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, e del viceministro di Fratelli d’Italia, Andrea Delmastro.

Sollecitato anche alla Camera da parte del Partito democratico, che ha chiesto che riferisca all’aula sulle fughe dei sette ragazzi, Nordio ha detto che «quanto successo nel carcere Beccaria di Milano è l’ultima spia di un crescente e allarmante disagio giovanile, di cui tutti – ciascuno nel proprio ruolo – siamo chiamati ad occuparci». Il ministro ha poi auspicato che «gli interventi, attuati e programmati da parte del ministero, possano contribuire a creare le migliori condizioni possibili perché non tornino più a delinquere i ragazzi ospiti degli istituti penali minorili». Infine ha sottolineato che nei prossimi mesi arriverà il direttore a tempo pieno del carcere e il ruolo positivo della famiglia che ha convinto un ragazzo a costituirsi: «Da qui dobbiamo riprendere il nostro lavoro».

Parole forse tardive, ma che riequilibrano cercando anche risposte sociali e fuori da logiche unicamente securitarie come quelle di Salvini e di Andrea Delmastro di FdI. Il primo aveva ribadito il sempreverde «chi sbaglia paga» e aveva espresso solidarietà solo agli agenti della polizia penitenziaria e il secondo ha teorizzato come soluzione al generale problema delle carceri «il rimpatrio degli stranieri detenuti».

Difficile capire la scelta comunicativa che ha fatto muovere Nordio così in ritardo: certo il ministro è bloccato a Treviso dall’influenza ma gli uffici del ministero lavorano a pieno servizio. L’effetto provocato da questa ritrosia comunicativa – calcolata e non certo caratteriale – è quello di un guardasigilli che detta una linea quotidiana sul carcere ma non ne rivendica lo spazio politico nel primo vero caso di interesse nazionale, lasciandolo a voci culturalmente poco in linea con la sua prospettiva garantista e liberale.

I semiliberi

L’errore di Nordio in questi giorni concitati, però, rischia di non essere solo questa altalena comunicativa. Da giorni, infatti, e senza risposte ufficiali da parte del ministero, i garanti delle persone private della libertà sono in sciopero della fame a staffetta per sollecitare un intervento del governo contro il rientro in carcere dei detenuti semiliberi.

Il caso è un esempio classico di cortocircuito legislativo. La gran parte dei condannati in semilibertà che di giorno lavorano (700 all’inizio dell’emergenza Covid, 500 secondo le ultime stime) ha goduto per due anni e mezzo di una licenza straordinaria che gli ha consentito di non tornare a dormire in carcere, così da evitare contagi. Questo ha permesso anche di ridurre il sovraffollamento e – salvi pochi casi eccezionali – il comportamento dei semiliberi è stato irreprensibile. Il governo, tuttavia, non ha prorogato queste licenze straordinarie che prima erano giustificate dall’emergenza Covid, con il risultato di imporre il rientro dei semiliberi in carcere la notte di San Silvestro.

Per scongiurarlo, basterebbe un emendamento in finanziaria o un’iniziativa specifica. Il tempo ci sarebbe ancora e la proroga risponderebbe esattamente alla linea che il ministro a parole ha spesso ribadito: fiducia nella rieducazione dei detenuti e potenziamento delle misure alternative al carcere anche in ottica di diminuire il sovraffollamento.

Invece, per ora, il ministero tace. Sarebbe ancora in tempo a intervenire, però, oppure a chiarire le ragioni per le quali questi condannati debbano tornare in carcere. Anche solo per smentire l’accusa che sempre più spesso arriva dalle opposizioni: che Nordio sia un garantista à la carte, pieno di buoni propositi nella quotidianità ma timido nel rivendicarli durante le emergenze o con interventi normativi che potrebbero incontrare la contrarietà di una parte della maggioranza.

 

 

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