Il nuovo regolamento, approvato questa settimana dal Parlamento Europeo, è dunque molto più di un aggiornamento tecnico. È la risposta strutturale dell'Europa a una crisi sistemica. del settore siderurgico. Ma da solo non basta: occorre una revisione dei meccanismi di decarbonizzazione e accelerare sulla transizione energertica
I dati sull'acciaio europeo oggi raccontano una storia che non possiamo più permetterci di leggere distrattamente. L'industria siderurgica dell'Unione europea è ancora il terzo produttore mondiale, con circa 300.000 lavoratori diretti e un indotto che ne fa uno dei pilastri della nostra manifattura. Ma questa industria è stretta in una morsa che si stringe da più lati contemporaneamente.
Il primo fronte è quello della sovraccapacità globale (si scrive globale, si legge asiatica, e cinese in primo luogo). La produzione mondiale di acciaio in eccesso rispetto alla domanda raggiungerà 721 milioni di tonnellate entro il 2027. Si tratta di oltre cinque volte il consumo annuo di acciaio dell'intera Unione europea. Una marea di metallo che deve trovare sbocco da qualche parte — e quel "da qualche parte" rischia sempre più di essere il nostro mercato.
Il secondo fronte è quello delle barriere commerciali erette dai paesi terzi. I dazi americani, introdotti da Trump nel 2018 e mai davvero superati, hanno di fatto chiuso il mercato statunitense a buona parte delle esportazioni mondiali. Il risultato? L'acciaio cinese, asiatico, russo che non può entrare negli Usa si riversa verso l'Europa, che rimane — nei fatti — il principale destinatario dell'eccesso produttivo globale.
Il terzo fronte è quello dell'energia. I costi energetici per la siderurgia continentale restano strutturalmente più alti di quelli dei concorrenti extraeuropei, in un settore dove l'energia incide in modo determinante sul costo finale del prodotto. Finché dipendiamo dalle fluttuazioni del mercato spot del gas, finché non costruiamo contratti a lungo termine con prezzi stabili e prevedibili, la nostra industria gioca una partita a handicap.
Le misure di salvaguardia che l'Ue ha introdotto nel 2018 in risposta ai primi dazi Trump scadranno il 30 giugno 2026 e, per espressa previsione normativa, non avrebbero potuto essere ulteriormente prorogate. Il nuovo regolamento, approvato questa settimana dal Parlamento Europeo, è dunque molto più di un aggiornamento tecnico. È la risposta strutturale dell'Europa a una crisi sistemica.
Il nuovo regolamento
Il testo approvato contiene misure significative. I contingenti di importazione vengono ridotti del 47% rispetto ai livelli del 2024, scendendo a 18,3 milioni di tonnellate annue di acciaio esente da dazi. Per le importazioni che superano questa soglia, il dazio raddoppia: dal 25% al 50%. Viene introdotto il requisito di tracciabilità, che impone agli importatori di identificare il paese in cui l'acciaio grezzo è stato originariamente fuso e colato, rendendo molto più difficile l'aggiramento delle regole attraverso rotte indirette.
Il Parlamento ha inoltre ottenuto che l'origine dell'acciaio venga presa in considerazione nell'assegnazione dei contingenti annuali, e ha chiesto un riesame anticipato del regolamento entro sei mesi dalla sua entrata in vigore per estendere la copertura a ulteriori prodotti. Sono misure che sostengo convintamente. Ma credo anche che questo regolamento, da solo, non sia sufficiente.
Tre priorità politiche
Prima priorità: la revisione dell’Ets. Il tema è diventato di stretta attualità a causa del sensibile aumento del prezzo del gas – e di conseguenza dell’energia elettrica – determinato dalla crisi del Golfo Persico. Il governo italiano è arrivato a chiedere la sospensione del sistema di scambio delle quote di emissione, che grava sui costi delle imprese (soprattutto di quelle energivore) e rischia di comprometterne la competitività. Parliamo di circa 30 euro/MWh, non poco. Senonché l’Ets ha dimostrato in questi anni la sua efficacia nell’incentivare la decarbonizzazione. Più che cancellarlo, o sospenderlo, alcune modifiche appaiono quindi decisamente preferibili, a partire da una revisione dei benchmark utilizzati per determinare il volume delle quote gratuite per ciascun settore.
Un altro parametro rilevante è rappresentato dalla progressione degli obiettivi di decarbonizzazione (a cui corrisponde una progressiva riduzione delle quote disponibili e un corrispondente aumento dei prezzi), che potrebbe tornare ad assumere una traiettoria lineare. E infine una modifica del funzionamento della market stability reserve, tale da far oscillare il prezzo delle quote all’interno di un corridoio delimitato da un valore minimo e da un tetto massimo. Tutte cose molto tecniche, che potrebbero però alleggerire gli oneri per le imprese salvaguardando il funzionamento virtuoso dell’Ets.
Seconda priorità: il Cbam. Il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere — il Cbam — è entrato in vigore a partire da gennaio 2026. Sulla carta è uno strumento efficace: incentiva la decarbonizzazione e bilancia la competizione tra i produttori di acciaio europei – che pagano l’Ets – e quelli di Paesi terzi che lo esportano in Europa. Ha però alcuni limiti. Rischia infatti di essere “aggirato” – la Cina, con la sua colossale capacità produttiva, potrebbe canalizzare verso l'Europa l'acciaio più “pulito” e dirottare altrove quello prodotto con maggiori emissioni –, e soprattutto, dando copertura alla sola materia prima, rischia di scaricare la competizione sui settori a valle: semilavorati e prodotti finiti con elevato contenuto di acciaio. Per questo, nell’ambito della revisione del Cbam, ho proposto che venga esteso anche a questi ultimi.
Terza priorità: la transizione verde va accelerata. Sento spesso dire che la decarbonizzazione è un lusso che la siderurgia europea non può permettersi in questo momento di crisi. Non condivido. E non soltanto perché l’Italia sia leader mondiale nella produzione di acciaio “green” – l’85% della nostra produzione è fatta con forni elettrici, usando il rottame come materia prima (da trattenere per questo in Europa). La decarbonizzazione è in generale una strada obbligata sia per abbassare i costi dell’energia, ancora ampiamente influenzati dal prezzo del gas e quindi esposti a grande volatilità, sia per guadagnare quell’autonomia energetica che sempre più chiaramente coincide con la sovranità.
Vero è che la transizione va sostenuta e accompagnata. Un pezzo importante di questa strategia è la creazione di “mercati guida”, di cui si occupa il recente Industrial Accelerator Act. Il testo proposto dalla Commissione prevede – per alcuni prodotti strategici, tra cui l’acciaio – che gli appalti pubblici e qualunque forma di sussidio pubblico debbano privilegiare le soluzioni a basse emissioni.
A tal fine verrà definito un sistema di “etichettatura” dell’acciaio green (e già si discute tra quanti vorrebbero equiparare i progressi dei produttori da ciclo primario all’indiscutibile primato di quelli da forno elettrico). Va infine segnalato che – curiosamente, mentre per altri prodotti a questo criterio si è associato quello di “preferenza europea” – nel caso dell’acciaio la Commissione ha ritenuto che la nuova misura di salvaguardia costituisse una sufficiente agevolazione; e quindi niente “buy european”. Lavoreremo per rimediare a questo errore nei passaggi parlamentari.
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