Dopo l’attentato alla scuola media e l’arresto del diciassettenne di Pescara, il pezzo rap di Trucebaldazzi, che spopolava su Youtube nel 2010, si colora di una luce inquietante. Le storie di esclusione e di traumi non sono un fenomeno raro. Per includere non basta produrre documenti, serve sentirsi davvero parte di una comunità
Era il 2010 e su Youtube spopolava il video di un ragazzo che cantava così: «Odio la scuola e gli insegnanti», «Vendetta vera non finirò in galera». Questi versi sono la prima cosa che mi è venuta in mente quando ho visto la maglietta che il tredicenne della provincia di Bergamo ha realizzato e indossato il giorno del tentato omicidio alla sua professoressa, con la scritta rossa “VENDETTA”. E non credo siano venuti in mente solo a me. L’autore del pezzo rap si chiamava Trucebaldazzi ed è diventato un caso su YouTube, un fenomeno.
Oggi è nel pantheon di quel web che fu, fatto di citazioni che permangono, personaggi e video che continuano a fare visualizzazioni e che conoscono anche gli studenti di oggi, ma nella dimensione del trash che si fa meme.
Ma a risentirlo oggi quel testo, dopo l’attentato alla scuola media e l’arresto del diciassettenne di Pescara che forse progettava una strage in stile Columbine, si colora di una luce inquietante: «A scuola i miei insegnanti infami non mi capivano / I miei problemi, gli insegnanti sono come degli sbirri / Io non finirò in galera perché sputtano la scuola media Rastignano / La mia gente vera è stata la gente negativa / Non me ne fotte un cazzo della gente positiva, che non mi capisce / Ammazzate l’insegnante se vi punisce, sennò non lasciate strisce». In sottofondo, tra l’altro, si sente il suono cadenzato di un’arma da fuoco che viene ricaricata.
Con questo pensiero sono andata a cercare notizie sul destino di Trucebaldazzi – alias Matteo – e ho letto un’intervista rilasciata qualche anno fa al Corriere in cui il rapper di Pianoro raccontava la genesi di quel famoso video, oltre che gli esiti di quella popolarità. È un’intervista a tratti straziante: il trauma della scuola media, l’educatore assegnatogli che non era riuscito a creare una relazione realmente educativa, la rabbia canalizzata nella musica rap, i versi improvvisati, l’inaspettato successo come fenomeno trash, le serate in cui lo chiamavano come fenomeno da baraccone.
In particolare, mi ha colpita che abbia deciso di tatuarsi addosso l’espressione “malato mentale”; continua infatti Baldazzi: «Penso di aver subito un vero e proprio disturbo dell’apprendimento. Negli anni delle medie non ho imparato praticamente nulla». Anche rispetto al tredicenne di Trescore è emersa una questione legata alla neurodivergenza, in particolare a una diagnosi di Adhd che il ragazzo avrebbe rifiutato di accettare e che sarebbe addirittura stata all’origine della decisione di agire il gesto (almeno stando a quanto dichiarato da un’amica del ragazzo e riportato dal Corriere).
Storie di esclusione
I punti di contatto sono evidentemente parecchi, ma le storie di esclusione e di traumi legati alla scuola non sono un fenomeno raro, né tantomeno nuovo: ragazzi che la scuola fa sentire isolati, bullizzati, senza voce ci sono sempre stati. Non scopriamo oggi che la rabbia naturale degli adolescenti è ulteriormente esacerbata dal mancato riconoscimento del genere, della classe, della cittadinanza, della neurodivergenza. Docenti che bullizzano studenti ci sono sempre stati e ci sono ancora, questo è bene che si dica.
Non è dato sapere cosa poi porti un ragazzo a trasformare la rabbia in azione violenta, ma è importante sapere che una riflessione sul gesto non può essere estemporanea o emergenziale, ma deve ripartire da quello che sappiamo sulla marginalità, sull’esclusione e sulla relazione educativa.
Inoltre, potrebbe essere utile mettere a fuoco alcuni cambiamenti che potrebbero trasformare il gesto di un singolo in un fenomeno sociale. In primis, abbiamo a che fare con i frutti della struttura tossica e pervasiva che è stata data volutamente alle piattaforme, come ci ricorda la recente sentenza contro Meta e Google.
Ma c’è anche da considerare che, come ha scritto diverse volte Leonardo Bianchi, sulle piattaforme – in particolare Telegram – sono nati degli spazi in grado di organizzare questa rabbia, questo pensiero adolescenziale pieno di risentimento e senso di esclusione. E sono spesso spazi che si collocano nel sottobosco neonazi, incel, accelerazionista.
Nello specifico nella puntata della sua newsletter Complotti dedicata al “Nichilismo armato”, Bianchi riporta le parole di Brian Levin – direttore del Center for the Study of Hate and Extremism – che al Guardian ha dichiarato: «Ora la rabbia, il rancore e l’autodistruzione psicologica possono trovare una casa filosofica in una comunità online».
Comunità
Quello che si tende spesso a dimenticare quando si parla di inclusione è che non basta produrre documenti in cui si predispongono strumenti e misure da un punto di vista didattico, si tratterebbe invece di costruire esperienze positive nelle quali le persone si sentano davvero parte di una comunità: esperienze di successo (sono bravo/a, utile, efficace) e di fiducia in relazione ad altre persone.
E questo è particolarmente importante nel caso dei ragazzi maschi, spesso emotivamente compressi in forme di maschile censorie e repressive, che rischiano di strozzare la loro capacità di condivisione dell’insicurezza, della debolezza, del dolore.
Il paternalismo e il maternage, il pietismo, la retorica del disagio, la colpevolizzazione dei social, sono strategie che hanno evidentemente fallito e continuano a fallire, anche se ovviamente sono più appetibili dal momento che richiedono meno fatica e minori investimenti. È sicuramente in questa dimensione che occorre lavorare, onde evitare che forme di persuasione e mitologia della strage diventino l’unico luogo accogliente in cui sentirsi unici, speciali e sperare di ottenere giustizia.
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