All’episodio violento la risposta è stata speculare a quella degli adolescenti: rapida, emotiva, non sensata. Anche quella delle istituzioni, con proposte di tipo securitario. Gli sportelli di ascolto psicologico rappresentano una risposta necessaria ma parziale. Serve prima di tutto un’assunzione di responsabilità collettiva
Di fronte all’episodio del ragazzo di tredici anni che ha accoltellato la sua professoressa, l’antico proverbio del saggio che indica la luna e lo stolto che guarda il dito andrebbe ribaltato: se guardiamo la luna, ci concentriamo sull’aspetto fenomenologico dell’evento, che si trova a distanza, abbaglia e crea allarme sociale.
Se invece teniamo lo sguardo sul dito, ci permettiamo di avvicinarci a quella storia, di stare in relazione con quelle persone e, a distanza ridotta, possiamo formulare una risposta di senso.
E non è una risposta ma una domanda: come state? Come state tutti? Come sta l’insegnante (per fortuna scampata al pericolo) e come sta la sua famiglia, come sta il tredicenne che ha premeditato e messo in atto il tentato omicidio, la sua famiglia, come stanno le compagne e i compagni di classe e di scuola, professori, dirigente, famiglie e comunità territoriale, fino ad arrivare all’opinione pubblica più allargata?
Pronunciare questa domanda sembra quantomai necessario a fronte di un moltiplicarsi, sui mass media e sui social, di opinioni, interpretazioni, commenti di senso comune ma anche diagnosi di specialisti formulate sulla sola lettura delle notizie, che non raccontano nulla di una vicenda che avrà bisogno dei suoi tempi per essere approfondita ed elaborata ma di sicuro raccontano di un rischio: quello di adulti che funzionano in modo speculare agli adolescenti, incapaci di darsi un tempo e porsi un limite, manifestando piuttosto una reattività veloce a risonanze emotive non elaborate.
La violenza funziona esattamente così, senza la possibilità di trovare un posto dentro di sé ad un sentire che prende la strada dell’esternalizzazione, tutto fuori.
La grande assente sembra essere proprio quella funzione adulta capace di ascolto (per comprendere, non per dare pareri) e di stare in relazione con il disordine senza averne paura.
Da questa posizione nascono risposte rapide, poco pensate, fondate più sull’urgenza di fare qualcosa che su un’adeguata conoscenza o su un sapere scientifico. Anche qui, come gli agiti dei ragazzi: il fare prima che il pensare.
Colpisce che l’offerta di tali soluzioni arrivi in primis dalle istituzioni che, con proposte di tipo securitario (il metal detector nelle scuole) e repressivo/punitivo (abbassamento dell’età imputabile, aumento delle pene, come già era accaduto col cosiddetto decreto Caivano), non aiutano a governare il caos emotivo e, soprattutto, non offrono soluzioni efficaci perché non trattano quanto accade.
Il metal detector o la repressione delegano al controllo funzioni propriamente relazionali ed educative, laddove le evidenze scientifiche ci informano che la sicurezza non si fonda sul controllo ma sulla fiducia che circola nelle relazioni interpersonali capaci di offrire spazi e tempi a quel sentire a volte così grande per un adolescente solo, così insormontabile e spaventoso da farsi rumore sordo e indicibile, che trova modo di esprimersi solo attraverso la sua rappresentazione fisica.
Gli sportelli di ascolto psicologico rappresentano una risposta necessaria ma parziale, utile a quegli studenti già in grado di formulare una richiesta d’aiuto: ragazzi con fragilità così importanti difficilmente accedono a uno spazio psicologico, a meno che non siano intercettati da qualcuno che si accorge di quella sofferenza e prova a farci qualcosa.
La scuola è un sistema complesso di relazioni e non può permettersi di tenere fuori – dalla didattica, dalle interrogazioni, dalla vita scolastica – i corpi, le emozioni, le relazioni, come se non avessero a che fare con la scuola stessa: è urgente, oggi più che mai, occuparci di quel grande rimosso spesso dimenticato “dietro la cattedra e sotto il banco” che è il corpo, con tutte le sue vicissitudini emotive e di relazione.
Gli strumenti ci sono: la presenza di un’équipe psico-pedagogica che lavori sul benessere relazionale di tutti i sottosistemi (insegnanti, studenti, famiglie, personale ata, dirigenza).
La mediazione dei conflitti e le pratiche riparative, per trattare i conflitti scolastici dentro spazi di incontro e dialogo ma anche come prevenzione di escalation violente: se imparo a stare nel conflitto, non ho bisogno di percepire l’altro come un nemico da eliminare.
Mai come in questi momenti la società avrebbe bisogno di istituzioni in grado di assumersi la responsabilità di offrire prospettive adeguate con cui prendersi cura delle conseguenze di un evento tragico.
Se la violenza nega la relazione e tenta di eliminare la soggettività dell’altro, le proposte di controllo / esclusione / punizione ripercorrono lo stesso modello: differente è pensare la comunità ferita come un contesto dove tutti insieme ci si assume la responsabilità di attraversare la violenza e le sue conseguenze, il dolore arrecato e vissuto, le ferite, e di provare a trattarne gli effetti distruttivi attraverso l’incontro, l’ascolto e la relazione.
Anche in questo caso gli strumenti ci sono, la giustizia riparativa è ormai legge dello Stato ma è soprattutto un bisogno umano, come esprime chiaramente la vittima aggredita quando nella sua lettera auspica che «la ferita non diventi muro ma ponte».
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