Sono cinquanta gli anni trascorsi da quel 1º aprile del 1976. Non era questo che intendeva il medico quando parlava di una mela al giorno, eppure
In mancanza di prospettive future particolarmente accattivanti, la strategia è quella degli anniversari illustri. Continuiamo dunque morettianamente a farci del male, e diamo un’occhiata al compleanno di oggi, cioè quello della Apple hungry and foolish di Steve Jobs, ora in mano a Tim Cook, il ceo che si dice grato o preoccupato della presidenza Trump a giorni alterni e a seconda degli inviti a cena.
Sono cinquanta gli anni trascorsi da quel 1º aprile del 1976, quando le Big Tech stavano nei garage californiani e la tecnologia, teneramente lontana dall’accusa di tecnocrazia, era mossa più da impeti di progressismo ottimistico pseudo hippy che dalla prospettiva di controllare il genere umano con un orologio che ti consente contestualmente di conoscere i tuoi battiti cardiaci e di rispondere alle mail di lavoro sotto la doccia.
Non era questo che intendeva il medico quando parlava di una mela al giorno, eppure. Il risultato del progetto jobsiano, cinque decenni dopo, è sbalorditivo.
Non uno, ma quattro, tra MacBook, iPhone, iPad e Apple Watch, i pomi della discordia che teniamo addosso, pronti a vibrare a ogni imperdibile seccatura social, riunione da remoto, notifica di inadempimento nei confronti di qualche scadenza, che sia la lezione su Duolingo o la banca che ci ricorda che quello che abbiamo speso nell’ultimo mese è più di quello che abbiamo guadagnato.
Sono passati diciannove anni dal primo iPhone, gli stessi che nel 2007 ci distanziavano da cimeli come il walkman o il Commodore 64, il progresso è palpabile. Ora finalmente siamo tutti dipendenti da un oggetto che ci ha educati a chiamarci molto meno, ma a dire tantissime cose nelle forme più disparate, dal solipsismo della nota vocale al segreto del dm; e chissà come sarà nel 2046. Telefonami tra vent’anni, dicevano. O forse è meglio pianificare una call?
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