Reazioni a caldo: per la stampa filogovernativa a vincere questo referendum è stato un misto rocambolesco e variopinto di ceto improduttivo del Meridione, giovani pro-Pal e una nuova «Santa Alleanza» tra Cgil, islamici e anarchici. O almeno così titolano cautamente Libero e Il Giornale, dipingendo un affresco michelangiolesco dei peggiori incubi della destra italiana.

Fino a qui niente di strano. Il sempreverde dell’antimeridionalismo, quello camuffato dal blu del Salvini-washing, non passa mai di stagione, mentre la pista anarchica sta all’opinione pubblica come Vattene amore sta al piano bar: un classico del repertorio. Un po’ meno tollerabile – posto che nessuna di queste insinuazioni dovrebbe esserlo, ma fingiamo che sia accettabile, nella foga dolorosa dell’insuccesso, mettere insieme a mo’ di cellula terroristica i sindacati e chi protesta per Gaza – è invece il sentimento di indignazione espresso tra alcuni politici, giornalisti e commentatori in prima linea per il Sì verso quei magistrati che a Napoli hanno festeggiato l’esito del referendum intonando Bella ciao.

Passi lo sgomento per champagne e saltelli: non tutti sono agili come Tajani che dà prova del suo non essere comunista. Non è chiaro invece in che modo un canto di resistenza dovrebbe allarmare i vari Calenda e Capezzone, giusto per citare due nomi tra gli sconfitti turbati, né in che misura una canzone che celebra la liberazione dalla dittatura, commemorando l’essenza fondativa della nostra Costituzione, la stessa che più di quattordici milioni di italiani hanno scelto di difendere, sia tacciabile di parzialità in quanto inno delle toghe rosse. A preoccupare il cittadino, semmai, dovrebbe essere il fatto che si possa ritenere divisivo o connotato un valore universale come l’antifascismo. Quello sì che è un pensiero “politicizzato”.

“le ultime puntate di nel paese delle meraviglie”

 

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