Sono andato al cinema a vedere Backrooms. Confesso che ero curioso.

Negli ultimi anni questa leggenda urbana nata su Internet è diventata un fenomeno culturale globale: corridoi infiniti, stanze giallastre illuminate da neon tremolanti, uffici deserti, luoghi apparentemente familiari ma privi di presenza umana. Un horror anomalo, quasi senza mostri. Eppure, uscendo dalla sala, ho avuto la sensazione che la cosa più interessante non fosse il film. Era la domanda che mi girava in testa. 

Perché milioni di persone trovano inquietante l’idea di perdersi in un labirinto di spazi anonimi e apparentemente senza significato?

Più ci pensavo, più mi convincevo che le backroom raccontano una paura che l’uomo contemporaneo conosce bene. Una paura che non nasce con Internet e nemmeno con l’intelligenza artificiale. Una paura che il genio tormentato di Franz Kafka ha esplorato: il potere incomprensibile, impersonale e irraggiungibile.

Kafka scriveva, nell’epoca delle grandi amministrazioni, dei fascicoli, delle procedure e delle burocrazie impersonali. L’alienazione de Il processo o l’angoscia de Il castello nascevano dall’impossibilità per l’uomo di comprendere il sistema che governava la vita degli individui.

Quel sistema non è più soltanto, statale, impersonale, burocratico, oggi è soprattutto algoritmico.
Le piattaforme che utilizziamo ogni giorno selezionano informazioni, suggeriscono contenuti, orientano scelte e comportamenti. L’intelligenza artificiale entra progressivamente nella nostra vita come assistente, consulente, filtro, mediatore. Non si presenta come un’autorità ostile. Al contrario, appare utile, efficiente, persino amichevole.

Ma è un potere invisibile, al di sopra del nostro controllo, in grado di riprodurre qualsiasi cosa, dare qualsiasi risposta, costruire un labirinto infinito di backroom, spazi vuoti, corridoi, uffici disabitati e luci al neon. Se il Novecento è stato il secolo dell’alienazione burocratica, il nostro secolo sarà quello dell’alienazione algoritmica?

Così mentre uscivo dal cinema, mi sono chiesto, se Kafka fosse nato nel 2000, sarebbe stato l’autore di Backrooms?
Perché il successo delle backroom non dipende dai mostri che potrebbero nascondersi dietro un angolo. Dipende dal fatto che quelle stanze assomigliano sempre di più alle nostre paure contemporanee. Abbiamo paura di abitare sistemi sempre più complessi, intelligenti e pervasivi senza riuscire più a comprenderli fino in fondo.

Forse però gli algoritmi c’entrano solo in parte. Quello che inquieta davvero è riconoscere in quei corridoi qualcosa che ci appartiene. Perché le backroom sono una mappa dell’interiorità. Le stanze vuote sembrano costruite dalla mente stessa. Come nei sogni, gli spazi si moltiplicano, si deformano, cambiano funzione. Si passa da una stanza all’altra senza una logica apparente, eppure una logica esiste, anche se è quella profonda e sfuggente della psiche, non della ragione.

E se fosse questo il vero fascino delle backroom? Di fronte a macchine sempre più capaci di simulare processi cognitivi, quelle stanze infinite ci ricordano che esiste ancora un territorio che fatichiamo a comprendere, anche se è umano, troppo umano: la nostra mente. La vera paura delle backroom non è perdersi in un labirinto artificiale, piuttosto è accorgersi che quel labirinto ci assomiglia, che quelle stanze infinite, apparentemente vuote, sono le stanze della nostra memoria, dei nostri traumi, delle nostre aspirazioni e della nostra capacità di immaginare.

E che, nonostante secoli di filosofia, psicologia e neuroscienze, e recentemente dell’Intelligenza artificiale, continuiamo a conoscerle meno di quanto crediamo.

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