C’era una pratica a cui Martin Heidegger diceva di attenersi scrupolosamente: ogni due o tre anni, cambiava posto ai mobili di casa. Era necessario, diceva, per straniare la mente, impedirle di abituarsi a pensare che abitiamo in mezzo a cose stabili e ben radicate; serviva a non dimenticare che gli oggetti non sono realtà granitiche ma funzioni, elementi di una relazione instabile e irrequieta, e che gli spazi non sono fotografie, ma mutabili geografie.

In buona sostanza: disabituare il cervello all’abitudine; usare la scomodità per disorientarlo, per continuare a tenerlo attivo, come se il cervello fosse un oggetto da manutenere, così che non perda lo scatto e la forza. La nuova – e, tanto vale dirlo da subito: eccezionale – traduzione integrale dei racconti di Franz Kafka a cura di Daria Biagi (Einaudi), funziona come uno di questi esercizi di spostamento, di riallineamento, di asimmetria.

Ha fatto rumore la scelta della curatrice di rinominare quello che resta il più celebre degli apologhi kafkiani, La metamorfosi, ritraducendone il titolo: La trasformazione. Metamorfosi, si dice, era un titolo storico, così connotato al grande pubblico da essere diventato, per così dire, istituzionale. A tanti è sembrato un tradimento; a certi addirittura una volontaria provocazione.

Risintonizzarsi

Non è la prima volta che succede qualcosa del genere: Renata Colorni ritradusse per Mondadori La montagna incantata di Thomas Mann come La montagna magica; più di recente Carmen Gallo ha pubblicato per il Saggiatore una nuova traduzione del capolavoro di Thomas Stearn Eliot col titolo La terra devastata al posto del più noto (e altrettanto istituzionale) La terra desolata.

Ci sono, certo, le motivazioni filologiche e linguistiche: la montagna non è incantata perché “incantata” è un participio passato e presuppone quindi che qualcuno o qualcosa le abbia gettato un incanto, e che la magia non sia dunque, come indica l’originale tedesco, una proprietà intrinseca della montagna; e viceversa la wasted land eliotiana è il luogo non di uno spaesamento metafisico ma di un’azione passiva, subìta, violentemente inflitta, una mortificazione operata dall’uomo e dal tempo: “devastata” è quindi un termine molto più esatto di una più generica, atmosferica desolazione.

Anche di questa nuova traduzione kafkiana Daria Biagi fornisce una scrupolosa spiegazione: tradurre La trasformazione anziché La metamorfosi serve a proporre una modalità di lettura che «sposti l’attenzione» dalla metamorfosi che colpisce Gregor Samsa alla «trasformazione complessiva di un intero universo di relazioni, che include la famiglia del protagonista».

Sebbene solo Gregor Samsa subisca la metamorfosi, è tutto il mondo che lo circonda a trasformarsi insieme a lui. Inoltre, linguisticamente, il termine Die Verwandlung ha, nel tedesco, un uso meno altisonante e letterario, e quindi in linea con un «tono volutamente colloquiale, non artificioso, piano, che va dalla scelta di termini quotidiani per la voce narrante fino alla riproduzione dei modi di parlare dei personaggi di classe sociale più bassa». Sono aspetti tecnici che ci riguardano fino a un certo punto. Più pertinente, in questo caso, è forse la domanda: ha senso, per un autore come Franz Kafka – celebrato in gran parte da postumo, classico suo malgrado, alieno per natura e per vocazione – appellarsi all’abitudine, all’istituzionalità?

Kafka – così come ogni altro grande autore – non è un monumento: e trattandolo come tale si finisce per fargli fare la fine delle statue risorgimentali nelle piazze o in cima alle rotonde stradali: ingombranti omaggi alla retorica. Ci passiamo continuamente intorno, eppure abbiamo smesso di vederli; non ci turbano, non ci interpellano, non ci fanno più paura. E Kafka, invece, è un autore che deve farci paura. Kafka ha scritto parole che aspirano ad essere i nostri giudici, attraverso cui non ci sia permesso di passare tranquilli.

Come ha detto una volta il filosofo Ortega y Gasset: tradurre significa ri-sintonizzare. Ri-comprendere, ricomporre una reazione chimica vincente cambiando alcuni dei fattori in gioco; collocare una trappola in un ambiente diverso da quello in cui siamo abituati a vederla funzionare. Tradurre significa puntare un segnale sulla frequenza del presente, cercare di sincronizzare oggetto e onda. La domanda da farsi davanti a una nuova traduzione di Kafka è dunque quella che ci si faceva usando le radio o i vecchi telefonini: prende?

Tra l’io e l’ignoto 

Sì, prende. Kafka prende benissimo. La nuova traduzione è un meccanismo che funziona divinamente; intercetta tutte le vecchie onde e ne rilancia di nuove e diverse, ancora più inquietanti e disturbate: «Un mattino, svegliandosi nel suo letto da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme, lurido insetto».

Siamo sempre lì, nel più celebre e insieme nel più disturbante degli incipit. La leggenda vuole che, quando Kafka stesso ne diede una prima lettura ad alta voce ai suoi amici, scatenò le più irrefrenabili risate. Se oggi questo racconto non ci fa più ridere è perché quella trasformazione annunciata nel titolo è proseguita, e come un’irradiazione tossica è arrivata sino a noi; è passata per le nefaste apocalissi del Novecento; è stata remixata dalle profezie di Benjamin, Horkheimer, Adorno, Pasolini; e tuttora risuona come un enigma oscuro nascosto nelle frequenze del presente.

Questo libro è in fondo uno strumento di guerra. Una guerra efferata, cominciata a inizio Novecento, all’insaputa dei suoi stessi combattenti, ma sempre ferocemente sentita dai loro eserciti, che hanno continuato a battersi per tutto il secolo e ancora oggi continuano a farlo: la guerra tra Proust e Kafka. Sotto le bandiere di questi due autori-vangelo, si scontrano due diverse (forse opposte) idee di letteratura. Da un lato una scrittura dell’Io: un io immenso, sovraesteso, un io che fa tutt’uno col mondo e concepisce la scrittura come la capillare esplorazione del Sé; dall’altro una scrittura dell’ignoto, dell’oscuro, una letteratura come parabola del mondo che è al di fuori delle carte geografiche, e che non concede un centimetro alle peripezie dell’individuo singolo e del suo privato.

Chi entra oggi in una libreria può avere l’impressione che l’opzione Proust abbia vinto: più che mai siamo nel trionfo dell’autobiografia, del memoir, dell’autofiction, della testimonianza, dell’analisi della psicologia e dell’intimo, dell’esperienza vissuta come patente dell’unica verità che sembra oggi restare alla letteratura: quella dell’io.

Kafkiani ovunque

Tuttavia, se ci si guarda intorno, ci si accorge che forse non è proprio così. Tutt’intorno alle strutture principali, nei luoghi apparentemente più suburbani e clandestini, nelle retrovie, nelle periferie, ai margini delle istituzioni, in territori forse più selvaggi ma anche più vitali, l’opzione Kafka sta vincendo molte battaglie.

Ovunque, a guardar bene, assistiamo al sotterraneo ma continuo ritorno del kafkiano: kafkiana è la moda del weird, così come apertamente kafkiano era Mark Fisher; è kafkiana molta della miglior letteratura attuale, da Margaret Atwood e Thomas Pynchon a Mariana Enriquez e László Krasznahorkai; è kafkiano il cinema di David Lynch e tutto l’universo di epigoni che ne discende; kafkiana è l’epica moderna di Paul Thomas Anderson; kafkiane sono le figure e gli animali di Wes Anderson, e kafkiane sono le più estreme parabole di Werner Herzog; è kafkiana l’arte criptica e beffarda di Maurizio Cattelan e di Ai Weiwei; è kafkiano il miglior teatro europeo, da Romeo Castellucci fino ai Peeping Tom e i FC Bergman.

Nessun libro può, da solo, innescare una rivoluzione culturale. Ma un libro può essere una pietra da usare in una lotta. I racconti di Kafka andrebbero tenuti sempre con sé, come il breviario di un combattente: l’amuleto di un’idea di letteratura che ancora crede di poter essere uno strumento di decrittazione del mistero del mondo.

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