Un respiro di sollievo. Patrick Zaki può passare il Natale in famiglia. Poi ricomincerà il calvario, non sappiamo quale. Ma in questo tempo sospeso – Zaki a casa, il caso Regeni nelle paludi delle carte giudiziarie – possiamo porci degli interrogativi. Uno studente che denuncia il trattamento riservato alla minoranza copta, che è impegnato nei gender studies e difende i movimenti Lgbt – l’omosessualità in sé non è illegale in Egitto, ma è oggetto di ogni sorta di censura –, come può pensare di tornare a casa per le vacanze senza correre alcun rischio?

E come si può pensare che non corra rischi un dottorando che studia l’organizzazione sindacale egiziana mentre scrive su un quotidiano dell’opposizione come Il manifesto?

Nessuno insinui un “se la sono voluta”, come nei casi di stupro. L’interrogativo è un altro. Una cosa le due vicende hanno in comune: l’idea che la ricerca accademica, la ricerca del sapere sia “libera”, che goda insomma di uno statuto diverso e parallelo a quello che regola il mondo.

È un retropensiero umanistico privo di fondamento ma che ci impedisce di ricondurre lo studio e la ricerca entro i confini della sovranità di ciascuno stato, di affidarla ai controlli delle singole polizie. Non possiamo interrompere la circolazione della cultura, e semmai difendere i nostri ricercatori con le flotte e gli eserciti. E allora dissimuliamo, ci avvitiamo in vane indagini sugli accadimenti, appunto partendo dalle premesse liberali che sono state violate.

Il caso Regeni

Si veda il caso della “Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Giulio Regeni” che ha condotto nel Regno Unito quattro nostri parlamentari. Doveroso rito, meritevole, e del tutto pleonastico. Evidentemente ignari di quel mondo, i commissari domandavano se Regeni era stato sufficientemente protetto dalle autorità accademiche, se erano coinvolti i servizi segreti, e così via. Hanno ricevuto verbose e paterne lezioni sul gran respiro mondiale dell’accademia britannica, su cosa è una ricerca di dottorato, cos’è una supervisor e così via.

E hanno potuto ascoltare testimonianze ripetute, ridondanti, di affetto e partecipazione, e anche di sconcerto per l’assoluta novità dell’accaduto. Non c’è motivo di non credervi. Perché la sorte di Regeni è in effetti senza precedenti: altre volte è accaduto che ricercatori e studenti siano stati fermati, controllati, espulsi, ma mai è successa una cosa simile. Oggi gli studenti sono sotto tiro anche soltanto per le loro ricerche, ha osservato il professor Khaled Fahmi, egiziano.

Il giorno del ritrovamento del corpo, ad alcuni – come a me – parve che si fosse trattato di un attacco ad al Sisi per minare i rapporti con l’Italia, che avevano ed hanno particolare rilievo economico ed erano quel giorno rappresentati al Cairo da una ministra.

Qualsiasi cosa Regeni fosse venuto a sapere, o avesse scoperto, tale da silenziarlo per sempre, nulla spiega che il suo corpo fosse stato fatto trovare, platealmente, lungo un’autostrada, e con i segni di gravi sevizie. Un segnale terribile. Rivolto da chi a chi? Non lo sappiamo e non tocca a noi italiani indagare su faide interne e rapporti tra poteri. Noi addebitiamo il turpe delitto al regime, che gode di sovranità assoluta ed è responsabile di ogni sorta di arbitrii. Centinaia di persone sono state uccise dai servizi di sicurezza, e non una ha avuto giustizia.

Registriamo però ciò che da detto il professor Fahmi: il clamoroso inasprirsi della repressione e l’impunità garantita alle polizie del regime non cambia le ottime relazioni, commerciali e militari, ma anche culturali, dell’Egitto con l’Europa. Nel giorno anniversario della morte di Regeni il ministro egiziano dell’Istruzione superiore ha firmato a Londra un protocollo di intesa e cooperazione, e l’Egitto sta aprendo sedi universitarie europee nella nuova capitale amministrativa come se nulla fosse accaduto.

Consideriamo i diritti, lo stato di diritto, come un valore universale, e se viene ferito protestiamo. Ma abbiamo ben pochi strumenti per intervenire: in sostanza, sanzioni economiche e pressioni diplomatiche, fino al rituale e autolesionistico ritiro degli ambasciatori. Un regime ammassa truppe ai confini, un altro alza muri e filo spinato, uno fa mercimonio di poveri migranti, un altro dirotta un aereo di linea a suo piacimento, o fa a pezzi un giornalista in un suo consolato.

Mentre ci scandalizziamo, mentre organizziamo proteste e innalziamo cartelli, i regimi sotto accusa rispondono negando l’evidenza, respingendo le accuse come ingerenze intollerabili nell’ordine interno, o facendo professione di lealtà al diritto e ai diritti. Il che è paradossale, ma degno di nota.

Così fa l’Egitto di al Sisi, in maniera sempre più appariscente, rinnovando codici e costruendo carceri modello. O mandando a casa per Natale Patrick Zaki dopo averlo tenuto prigioniero senza chiare imputazioni, o prove, o valida difesa per 22 mesi. Siamo felici che Zaki sia a casa per Natale, ma...

 

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