«L’Italia rimane fermamente contraria all’uso di sostanze stupefacenti per scopi non medici e non scientifici. Non crediamo che alcun sistema giuridico debba riconoscere il diritto all’uso di droghe. Il nostro impegno è quello di agire prima che la diffusione di queste sostanze causi danni irreversibili».

Con queste parole il sottosegretario Alfredo Mantovano ha rappresentato la posizione del governo italiano alla sessione annuale della Commission on Narcotic Drugs (Cnd) delle Nazioni Unite, in corso in questi giorni a Vienna. Dichiarazioni che però appaiono lontane anni luce dal dibattito e dalle aspirazioni che stanno emergendo da molti altri paesi presenti alla conferenza.
La Cnd è il principale organismo internazionale incaricato di supervisionare l’applicazione delle convenzioni Onu sugli stupefacenti e di definire linee guida globali sulle politiche sulle droghe. Ai lavori partecipano Stati membri, agenzie internazionali, ricercatori ed esponenti della società civile. Il risultato principale della sessione sono le risoluzioni approvate dalla Commissione: documenti che orientano la cooperazione internazionale, la prevenzione, il trattamento delle dipendenze e le strategie per affrontare il traffico di droga.

Tra le iniziative più significative di quest’anno c’è la risoluzione promossa da Finlandia e Norvegia, che invita gli Stati a rafforzare la ricerca e l’adozione di interventi basati su evidenze scientifiche. Il testo parte da una constatazione ormai evidente: a livello globale aumentano il consumo di droghe, le overdose e le infezioni correlate all’uso di sostanze, mentre la maggior parte delle persone che avrebbe bisogno di cure non riceve alcun trattamento.

La proposta chiede agli Stati di investire in prevenzione basata su evidenze scientifiche, garantire accesso ai servizi di cura, rafforzare i sistemi sanitari e sostenere la ricerca su trattamenti farmacologici e psicosociali efficaci. Ridurre le incarcerazioni. Un approccio che guarda al consumo di droghe prima di tutto come a una questione di salute pubblica.
Di fronte a questo dibattito, la posizione espressa dal governo italiano appare ferma su un paradigma proibizionista che molti Paesi stanno invece mettendo in discussione. In Italia, del resto, gli spazi per politiche basate su evidenze scientifiche sembrano sempre più ridotti. Lo si era già capito con il recente intervento normativo che ha colpito anche la canapa industriale, una sostanza priva di effetti psicotropi, oggi resa di fatto illegale dal decreto sicurezza.
Le parole pronunciate da Mantovano a Vienna finiscono così per imbarazzare il nostro Paese e per collocarlo accanto alle posizioni più rigide e illiberali nel panorama internazionale: come quelle di Russia, Cina, e di buona parte dei paesi arabi e africani.

Un atteggiamento che appare sempre più distante dalle riflessioni che emergono da molti leader e istituzioni nel mondo.
Tra queste anche quella del presidente colombiano Gustavo Petro, anche lui intervenuto alla plenaria della conferenza di Vienna, che ha ribadito come la comunità internazionale debba preoccuparsi di aprire una discussione seria sul fallimento del proibizionismo e sulla necessità di affrontare il tema delle droghe con strumenti nuovi, più efficaci e più umani.
Il confronto che si sta svolgendo a Vienna dimostra che il dibattito globale sulle politiche sulle droghe sta cambiando, anche se lentamente. Sempre più Paesi chiedono politiche basate su dati scientifici, salute pubblica e diritti umani. L’Italia, invece, sembra voler restare ancorata a un modello che il tempo e i numeri stanno dimostrando sempre più inefficace.

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