I magistrati diventano ostacolo all’azione di governo, intralciano le politiche su immigrazione e sicurezza, stanno coi violenti e contro la polizia, lontani dal “sentimento del popolo”. E così il governo scredita l’istituzione e si procura l’alibi per la mancata soluzione dei problemi
Si ripetono gli inviti di esponenti della maggioranza a non politicizzare il referendum e ad abbassare i toni. Passano pochi minuti e il ministro Carlo Nordio, a margine di un incontro che promuove la riforma, manifesta il suo “massimo disprezzo” per Aldo Policastro, procuratore Generale di Napoli, al quale egli «non stringerebbe la mano», perché tre mesi fa aveva ricordato in un’intervista che le modifiche della riforma costituzionale coincidevano con alcuni degli obiettivi del Piano di Rinascita nazionale di Licio Gelli.
Cioè quello che aveva poi ribadito Nordio:«Non conosco (!) il piano della P2, ma se l'interpretazione o meglio l'opinione del signor Licio Gelli era un'opinione giusta, non si vede perché non si dovrebbe seguire perché l'ha detto lui».
Il ministro aveva (sobriamente) invocato gli infermieri dopo un articolo in cui Raffaele Piccirillo analizzava i profili giuridici della mancata convalida dell’arresto Almasri definito il Csm un mercato delle vacche; manifestato “incredulità” per la relazione dell’ufficio del massimario su uno dei tanti “decreti sicurezza”, minacciando un’ispezione; definito blasfema, presente Sergio Mattarella, l’idea che la riforma incide su autonomia e indipendenza della magistratura.
Il vero obiettivo però, perseguito tenacemente sin dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi, è il controllo di tutta la magistratura, ridotta a un corpo di funzionari, longa manus del governo o comunque collaborante. E infatti spesso si usano argomenti un poco più raffinati, primo fra tutti l’accusa di politicizzazione, associata alle sentenze sgradite all’esecutivo.
I magistrati diventano ostacolo all’azione di governo, intralciano le politiche su immigrazione e sicurezza, stanno coi violenti e contro la polizia, lontani dal “sentimento del popolo”. E così il governo scredita l’istituzione e si procura l’alibi per la mancata soluzione dei problemi. Non sono invece politicizzati i magistrati come Mantovano e Bobbio, che sono stati dirigenti dei partiti dell’attuale maggioranza, uscendo e rientrando in ruolo anche più volte.
Nelle democrazie costituzionali, però, la magistratura non fa politica, ma svolge il compito di applicare le norme del legislatore nazionale ed europeo ai singoli casi concreti, con decisioni che valgono per quel caso e non in generale.
Fumo negli occhi per chi, negli Usa come in Ungheria o in Polonia, pensa che una volta vinte le elezioni e fino alle successive, i controlli dei giudici ordinari, amministrativi, contabili, debbano scomparire, salvo confermino le decisioni dell’esecutivo.
L’effetto politico delle sentenze è invece ineliminabile. Anche se si realizzasse l’auspicio dei riformatori, con i giudici che “collaborano con il governo”, l’effetto politico sarà a questo favorevole. Sempre. Confermerà la bontà delle sue scelte. E allora ci si renderà conto che il potere giudiziario, ridotto a vidimare le scelte dell’esecutivo, perderà completamente di senso. Fine dello Stato di diritto e della democrazia costituzionale.
Per fortuna aumentano i cittadini che comprendono la riforma, che vuole un Csm debole cui seguirà un magistrato funzionario, lui sì “politicizzato”, pronto a collaborare con il governo, e magari a recepirne le imputazioni suggerite. Per questo confidiamo serenamente che sarà il No a prevalere.
Resta una preoccupazione strategica e civile: nasce da chi polarizza il confronto, trasforma la magistratura in un bersaglio, la addita quale responsabile di tutti i mali, avversaria delle forze di polizia e complice dei violenti, dimentica le decine di magistrati vittime, insieme alla polizia, delle violenze criminali.
Queste accuse corrodono il tessuto sociale, il senso di appartenenza a un’unica comunità e le ferite non saranno sanate neppure dalla vittoria del No. Si può argomentare il dissenso e il consenso alla riforma senza scadere in questi attacchi, inutilmente distruttivi.
Lo sappiamo bene perché non ci siamo prestati e non ci presteremo a questo gioco al massacro. Continueremo, con serena passione civile, a spiegare a tutte le cittadine e i cittadini le conseguenze della riforma, con l’auspicio che ciascuno si regoli come noi.
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