Per strada bloccare una persona in due è un’impresa dal risultato massimamente incerto (è anzi certo che, poco o tanto, qualcuno si farà male) e che, proprio per questo, la proporzionalità dell’azione che si mette in atto diventa estremamente importante. A tal proposito sarebbe importante rispolverare il libro di Milone
Paolo Milone è uno psichiatra che ha lavorato per molti anni in un reparto ospedaliero di psichiatria d’urgenza. Nel 2021 ha scritto per Einaudi un libro bellissimo dal titolo inquietante: “L’arte di legare le persone”.
Nelle pagine del suo libro, Milone racconta, con uno stile molto diretto e altrettanto poetico, le storie del suo rapporto con alcuni pazienti, comprese le situazioni in cui si è trovato costretto a contenerli fisicamente. Quello che colpisce è che, anche nel racconto di un’azione innegabilmente violenta, dalle parole di Milone trapelano una costante attenzione e un profondo rispetto per chi si trova a essere trattenuto o legato al letto da quattro o cinque persone contemporaneamente.
Non ho citato a caso queste cifre. Le linee guida in uso nei pronto soccorso indicano infatti in un numero variabile tra quattro e sei gli operatori necessari per contenere fisicamente una persona in stato di grave agitazione. Se lo si fa in meno, il rischio di farsi del male o di fare del male è molto elevato. Questo non significa che a volte non ci si possa trovare in una situazione di tale emergenza per cui la probabilità di procurare o di procurarsi delle lesioni sia giustificata da un rischio molto maggiore che la persona agitata o violenta sta facendo correre a sé stessa o ad altri, ma si tratta di rare eccezioni.
È invece vero che, prima di giungere alla contenzione fisica, le indicazioni di buona pratica clinica consigliano di tentare, a volte a lungo, di tranquillizzare la persona con tecniche di de-escalation, cioè con atteggiamenti e parole che tendono a ridurre la conflittualità e a riportare la situazione a un livello di maggiore gestibilità.
Tutto questo è solo in parte applicabile a quanto accade quando le forze dell’ordine si trovano ad affrontare una persona in stato di forte agitazione sulla pubblica via. Resta però vero che, anche sulla strada, bloccare una persona in due è un’impresa dal risultato massimamente incerto (è anzi certo che, poco o tanto, qualcuno si farà male) e che, proprio per questo, la proporzionalità dell’azione che si mette in atto diventa estremamente importante.
Per venire più esplicitamente all’evento di cronaca di cui si parla in questi giorni, bene hanno fatto i magistrati a dire che la situazione deve essere valutata anche in considerazione «dell’intero sviluppo dei fatti», di quanto cioè il video che è circolato in televisione non fa vedere.
C’era davvero un grave e imminente pericolo per una o più persone? Si è provato a tranquillizzare il povero Abderrahim Fakir prima di agire fisicamente contro di lui? Si potevano considerare altre possibilità, come la richiesta di avere un medico in grado di somministrare un sedativo o, all’estremo opposto, l’uso di un taser (strumento molto controverso e certo non innocuo, ma pensato proprio per situazioni di questo genere)?
Questione di approcci
In assenza di un rischio grave e imminente, l’approccio a una persona con gravi disturbi del comportamento deve comunque essere molto diverso da quello adottato nei confronti di un criminale violento. Tanto gli agenti di forza pubblica, quanto gli operatori sanitari che intervengono in questi casi dovrebbero avere ben presente questa differenza e adeguare di conseguenza i propri interventi.
Il fatto che i soccorsi sanitari siano stati allertati precocemente testimonia l’attenzione degli agenti al possibile quadro di disturbo psichiatrico di Fakir e, di sicuro, non sono volati né calci né pugni, ma alcuni aspetti di quanto si è visto in televisione restano disturbanti. Da un lato, quello degli agenti: una lotta a terra prolungata, come se riuscire ad ammanettare la vittima fosse questione di vita o di morte, quando non lo era. Dall’altro, quello dei soccorritori: una passività sconcertante, anche quando una persona che fino a quel momento aveva urlato e cercato di difendersi ha smesso improvvisamente di parlare e di muoversi.
In conclusione, la violenza a cui tutti abbiamo assistito con disagio non è stata, in sé, maggiore di quella che si usa in altre occasioni, quando ci si trova a dover immobilizzare una persona fortemente agitata. È però stata usata in modo scorretto, senza attenzione alle possibili conseguenze di manovre inadeguate e, soprattutto, in una situazione che quasi certamente avrebbe potuto essere affrontata diversamente.
In attesa dei risultati dell’autopsia e delle considerazioni della procura di Bologna, resta forte la perplessità sulla formazione degli agenti e, forse, anche dei sanitari intervenuti sul luogo dei fatti. Dipendesse da me, non avrei dubbi, come parte dell’addestramento, a rendere obbligatoria la lettura del libro di Paolo Milone.
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