«Si chiamava Fakir ed era mio zio, non era un numero. Non era una notizia, non era un caso. Era una vita, una persona amata, e qualcuno ieri ha deciso di portarmelo via». Le parole della nipote di Fakir, scandite lunedì 20 luglio a Bologna, sono state accompagnate da rispettoso silenzio e poi dal boato di una piazza Nettuno stracolma di cittadine e cittadini, riuniti per chiedere verità e giustizia per Abderrahim.

La morte di Rasman a Trieste

Verità e giustizia la chiedono tantissime realtà per la tutela dei diritti umani che, come Amnesty International, ricordano: «Le immagini del fermo sono agghiaccianti e fanno tornare alla memoria altre manovre di immobilizzazione come quelle che costarono la vita a Riccardo Magherini e ad Andrea Soldi, nel 2014 e nel 2015».

L’Italia annovera, tristemente, molti casi di morte per contenzione. Uno di quelli che fece giurisprudenza, fu quello che riguardò il giovane Riccardo Rasman. Il 27 ottobre 2006, a Trieste, alcuni vicini chiamarono la polizia perché Rasman, trentenne con patologie psichiche in carico ai servizi del Centro di salute mentale, stava “dando in escandescenze” nel suo appartamento, rompendo mobili e suppellettili. Gli agenti entrarono nell'abitazione per immobilizzarlo. Secondo quanto ricostruito nei processi, Rasman fu ammanettato e immobilizzato a terra in posizione prona. Nonostante fosse ormai contenuto, gli agenti continuarono a mantenerlo schiacciato contro il pavimento. Rasman morì poco dopo per asfissia da posizione (o asfissia posturale), una condizione che può verificarsi quando la posizione del corpo ostacola la respirazione.

Nel 2011 la Cassazione rese definitiva la condanna di tre agenti della polizia per omicidio colposo, con una pena di sei mesi di reclusione con sospensione condizionale della pena. Successivamente, nel 2015, il Tribunale civile di Trieste condannò il Ministero dell'Interno e i tre agenti al risarcimento dei familiari, quantificato in circa 1,2 milioni di euro. Nella sentenza civile si affermò che Rasman morì perché, una volta immobilizzato e ammanettato, fu mantenuto in posizione prona fino a provocarne la morte per asfissia.

La mancanza di un piano normativo

Il problema della gestione di episodi in cui si interviene a fronte di una persona agitata, in Italia, risiede nella mancanza di un piano normativo: «Non esistono leggi specifiche che dicano chiaramente cosa può o non può fare l’agente di polizia nelle varie occasioni» spiega Giuseppe Romano, avvocato penalista membro di Giuristi democratici e della Rete resistenza legale. Esistono protocolli e manuali di formazioni interne alla polizia «ma anche quelli sono scritti in maniera molto vaga e si fermano sempre prima di elencare cosa sia proibito fare». Romano ricorda che nel 2001, prima del G8 di Genova e dopo le proteste di Napoli, «la polizia scrisse un protocollo interno che diceva che il manganello va impugnato correttamente. Punto. Si ferma prima di stabilire, ad esempio, che non puoi darlo in faccia ad una persona». Ma ci sono anche esempi più recenti: alcuni giorni fa, in merito alla vicenda Lince di Bologna - "Lince" è lo pseudonimo scelto dalla giovane manifestante che il 2 ottobre 2025 è stata colpita al volto da un candelotto lacrimogeno esploso durante il corteo, perdendo un occhio - «il ministero dell'Interno ha mandato la risposta processuale asserendo che non esista un protocollo che dica che un lacrimogeno non possa essere sparato ad “altezza uomo”». Una risposta esplicativa del problema dei nostri tempi: «Non solo non ci sono norme, ma quelle che ci sono - che sono sub norme come le circolari interne - hanno un valore affievolito rispetto alla normativa».

Il protocollo per la gestione di persone non collaborative

Ci sono invece, da maggio 2026, le “Linee guida per la gestione delle persone non collaborative” per le forze dell’ordine. «Un protocollo abbastanza preciso che norma l’approccio verso casi come quello di Bologna in cui la persona è agitata - spiega Romano - Ma la parte che ci interessa dice che quando l'agente butta a terra una persona per metterle le manette, la posizione da tenere è quella dell’uomo supino, non prono». La posizione prona deve essere tenuta il meno possibile perché «aderisce ad un principio di proporzionalità. Nell’adempimento del dovere rientrano anche questi protocolli e questo è molto preciso».

«La cosa aberrante in quel che è successo nelle immagini del video è che si vede chiaramente che l’agente non si preoccupa più di vedere se Fakir respiri o meno, ma di mettere le fascette ai piedi di una persona probabilmente già morta». Romano ricorda che, tra scudi penali e decreti sicurezza, la legislazione è ispirata al diritto penale “dell’amico”: «Una legislazione che mette sul piedistallo le forze dell’ordine, annullando quella parità di diritti che ci dovrebbe essere tra cittadino e forze dell’ordine».

La contenzione come extrema ratio

Anche il mondo della salute mentale riflette profondamente sui fatti di Bologna. «Di fronte a un episodio così disumano, inquietante e disperante - dice lo psichiatra Francesco De Michele - mi viene da chiedermi quale retroterra subculturale, quale sadismo e quale atavica mancanza di formazione umana e professionale ci sia dietro all'addestramento delle forze dell'ordine». Come per le questioni di ordine pubblico e giuridico in cui latita il quadro normativo, ci sono criticità anche per quelle relative al rispetto della persona nel quadro della contenzione per motivi di salute. La contenzione, secondo la prospettiva psichiatrica contemporanea, dovrebbe essere utilizzata solo come extrema ratio, per fronteggiare un rischio immediato per la persona o per altri, per il tempo strettamente necessario e sotto monitoraggio sanitario. Lo ricordano anche le ultime "Linee di indirizzo nazionali per il superamento della contenzione meccanica nei luoghi di cura della salute mentale”, approvate nella Conferenza Stato-Regioni del 23 ottobre 2025. Le nuove linee di indirizzo nazionali, per alcuni rappresentano un primo riconoscimento istituzionale della necessità di ridurre il ricorso alla coercizione ma, per una parte di professioniste e professionisti, il documento resta insufficiente: non introduce un divieto della contenzione e affida il superamento a un percorso graduale, senza ancora trasformare pienamente in pratica il principio secondo cui la crisi psichica deve essere affrontata innanzitutto attraverso la relazione e la cura.

«Qualsiasi azione contenitiva deve essere sempre usata come extrema ratio ed avere dietro un'idea di cura - se prescritta da un medico - o quantomeno di tutela di un essere umano in evidente stato di sofferenza». Se dietro l'uso della forza fisica «non c'è una disumanizzazione dell'altro non si arriva mai alla morte della persona in difficoltà che in maniera anche esplicita, come nel caso di Farik, sta chiedendo aiuto».

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