È nell’ambiguità tra protezione dell’infanzia e amministrazione della famiglia disfunzionale che la madre diventa di “troppo”. Oggi in Italia risulta ancora forte un sistema che vede sapere psicologico, potere giudiziario e intervento amministrativo convergere nel disciplinamento materno, ai danni di bambini e bambine
In Suffragette (2015) il marito di Maud Watts le toglie il figlio per punirla della sua partecipazione al movimento per il voto alle donne. È una scena di un secolo fa, ma rimanda alla paura più profonda che ogni donna manifesta quando accede a un centro antiviolenza: perdere i figli perché si ribella alla violenza. Per il diritto dovrebbe essere un retaggio patriarcale superato.
Eppure, l’esperienza dei centri antiviolenza femministi racconta che quella paura può diventare realtà quando le madri vengono accusate di «manipolazione», con formule che la psicologia forense offre ai tribunali per interpretare il rifiuto di figli e figlie verso il padre accusato di violenza domestica, tanto che sia la Relatrice speciale ONU sulla violenza nei confronti delle donne (2023) sia il Grevio (2025) segnalano il depotenziamento delle misure antiviolenza per stereotipi sessisti contro le madri nei procedimenti sulla genitorialità, come documentato anche dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio (2022).
Come ricordano Isabel Fanlo Cortés e Gabriella Petti in Giustizia minorile, ascesa e declino del Tribunale per i minorenni in Italia (2025), la giustizia minorile italiana è attraversata da una tensione irrisolta tra tutela e controllo sociale: non protegge solo l’infanzia, ma amministra devianza, marginalità, povertà e famiglie ritenute disfunzionali.
È dentro questa ambiguità che la madre diventa “troppo”: troppo protettiva, conflittuale, presente, arrabbiata, ostacolante la relazione paterna. Accade spesso a donne riconosciute come accudenti e attente, ma giudicate inadeguate quando chiedono di prendere sul serio la paura dei figli. È una dinamica trasversale: riguarda italiane e straniere, ricche e povere; cambiano solo le risorse per resistere.
Il linguaggio istituzionale
Non è un’ipotesi astratta. È ciò che emerge dalla vicenda delle bambine fuggite da una casa-famiglia in Abruzzo: una fuga disperata, subito assorbita dal discorso pubblico senza interrogare il sistema che l’aveva prodotta.
Per una persona adulta, privazione forzata dei legami, isolamento affettivo e silenziamento della voce sarebbero trattamento inumano e degradante. Per una persona minorenne, invece, diventano «esecuzione di un provvedimento nel suo superiore interesse».
Anche la cosiddetta bigenitorialità va interrogata: un principio nato per garantire equilibrio nelle responsabilità genitoriali si è trasformato in valore astratto, capace di prevalere sulle condizioni concrete delle persone minorenni e sulla qualità reale delle relazioni. Così il prelievo forzato diventa «esecuzione di un provvedimento», la paura «resistenza relazionale», la violenza domestica «conflittualità familiare». Il linguaggio istituzionale non descrive più la realtà: la ricodifica e la sottrae a un’umanità della risposta giudiziaria e politica.
La Corte di cassazione nel 2021 ha stigmatizzato il ricorso alla «sindrome della madre malevola» come colpa d’autore e nel 2022 ha chiarito l’incompatibilità dell’uso della forza fisica sui bambini con i principi dello Stato di diritto.
La Corte europea dei diritti umani, con “I.M. e altri c. Italia” (2022) e “Scuderoni c. Italia” (2025), ha condannato l’Italia per risposte intrise di pregiudizi sessisti, che riducono la violenza di genere a conflitto e criticano la genitorialità materna perché «non collaborativa».
Nonostante questa giurisprudenza, oggi in Italia risulta ancora forte un sistema che, nella forma che la Spagna già definisce violenza vicaria nei confronti delle donne, vede sapere psicologico, potere giudiziario e intervento amministrativo convergere nel disciplinamento materno, ai danni di bambini e bambine.
Gli schieramenti conservatori, che hanno alimentato questa crociata contro le madri, attaccano oggi la magistratura. Ma la magistratura, se si limita ad alzare gli scudi, rischia di perdere un’occasione decisiva: interrogarsi su dove si collochi davvero il superiore interesse delle persone minorenni quando viene perseguito con mezzi coercitivi che il diritto e l’opinione pubblica non tollererebbero mai verso una persona maggiorenne.
Bambini e bambine devono tornare al centro come soggetti di diritto, capaci di parola, paura, memoria e desiderio, non come oggetti dei provvedimenti punitivi degli adulti. Altrove solo dopo il suicidio di ragazzi, ragazze o madri travolte dai procedimenti giudiziari si sta finalmente mettendo in discussione l’uso di cornici ascientifiche e disumane per irregimentare le relazioni familiari. Sarebbe il caso di aprire gli occhi prima che ciò accada anche in Italia.
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