Rileggere il saggio Sulla violenza aiuta a comprendere che alcune cose non sono ingegnerizzabili: la politica e la storia non possono essere trattate come fenomeni calcolabili
Questa settimana scrivo con una pistola alla tempia. Un’arma immaginaria fra le mani di un’entità collettiva che mi tiene in scacco dicendo: «Se scrivi anche tu di intelligenza artificiale, ti ammazziamo. Non se ne può più». Quindi farò del mio meglio.
Dirò solo di leggere o rileggere Sulla violenza, il saggio di Hannah Arendt del 1970. Non c’entra, ma c’entra. Parla delle cose che, anche volendo, non sono ingegnerizzabili. Per pensare a queste cose (non per analizzarle, ma per pensarci su, che è diverso) serve un salto intuitivo, serve accettare i punti ciechi, i pezzi che mancano. Serve usare la testa umana che è in parte vuota, è un cerchio fallito che non si chiude mai. La testa umana non è un’isola. («Bang», la pistola ha sparato, ma contro il muro, come avvertimento: «Smettila subito, stai parlando di quello di cui non devi parlare, non siamo mica scemi, noi»).
Il punto è che la politica e la storia non possono essere trattate come fenomeni calcolabili, e che pensare ai rischi, e alla gestione dei rischi, lasciando queste cose in mano a chi fa le analisi ma non pensa (chiamiamoli tecnocrati), lascia il tempo che trova. Sì, proprio così: fare analisi, scomporre, compilare previsioni, tutto questo non significa pensare. Fare deduzioni in senso stretto, quando le deduzioni non possono essere fatte, è l’esatto contrario del pensiero, e non bisogna essere Hannah Arendt per capirlo. («Bang, bang». Sono morta, è stato bello).
Monumento all’ostinazione
L’altro giorno sorvolavo il Mare del Nord in aereo (se scrivo così però poi sembra un articolo di Elkann sui lanzichenecchi). C’era il sole, neanche una nuvola, e facevo quello che più mi piace fare: guardare fuori come i bambini. A un certo punto ho visto un parco eolico, le pale eoliche in mezzo al mare. Passando si ha il tempo per contarle, soprattutto per notare che due non funzionano, sono rotte, forse. Ho pensato a degli omini che devono andare con una piccola imbarcazione a ripararle usando la cassetta degli attrezzi.
Poco dopo il parco eolico torna a esserci il mare e basta, ma non dura molto, perché appare qualcosa di ancora più notevole, di incredibile, qualcosa che non c’era fino a poco tempo fa. Sono sicura che non ci fosse fino a poco tempo fa. Nel mare si vede un rettangolo. Una struttura. Un’isola. Ma artificiale. Una ricerca successiva mi svelerà che esiste, in effetti, da poco, un’isola nuova.
Ma restiamo per un attimo in mezzo al mare, senza sapere troppo di quello che stiamo vedendo. Sono un’appassionata di isole, ricamarci sopra è più forte di me. Faccio parte di quelle persone insopportabili che vorrebbero trasferirsi su Tristan da Cunha. Ma anche su qualsiasi altra isola remota o altrimenti inospitale: isole difficili. Le isole difficili mi fanno dire: «Potrei trasferirmi lì, sarei felice». Questo perfetto rettangolo di cemento, dentro il quale c’è acqua di mare, non tanta, ma c’è (scoprirò che in futuro sarà riempito di sabbia fino a diventare terraferma), questo luogo, anzi questo ultra-luogo sembrerà ai più un postaccio, ma io provo una fortissima attrazione. Il mio sogno autarchico. L’isola è il luogo in cui quello che hai ti deve bastare.
Veniamo alla realtà informativa. Quella macchia geometrica si chiama Isola Principessa Elisabetta. Fino alla primavera del 2025 non c’era: esisteva solo come pianificazione del gestore elettrico belga e come colata di cemento nei cantieri all’asciutto di Flushing, nei Paesi Bassi. Poi, nell’aprile del 2025, hanno cominciato a calare in mare i primi mastodontici cassoni di calcestruzzo da ventiduemila tonnellate, uno dopo l’altro, per perimetrare il nulla. Il 20 agosto del 2026 il perimetro si è chiuso. È la prima isola energetica artificiale al mondo, progettata per essere un “centralino” che raccoglie l’elettricità del vento e la smista tra paesi. Si fa spazio dove non c’era spazio.
Ma la storia, appunto, non è un fenomeno calcolabile, e il Mare del Nord fa come gli va. Nemmeno il tempo di finire il perimetro di cemento che la realtà ha presentato il conto: inflazione, costi schizzati alle stelle, forniture diventate molto più care e difficili da ottenere. Per non fallire prima di nascere, chi ha progettato l’isola ha dovuto tagliare i pezzi più complessi del progetto. Nascerà orfana delle ambizioni più sofisticate: qualcuna è stata rimessa in discussione, qualcuna dovrà trovare un’altra casa.
Dall’aereo, sia come sia, l’isola è un perfetto monumento all’ostinazione umana: un perimetro che tenta di addomesticare il caos del mare, ma che negozia con l’imprevisto. Io la amo sul serio, la amo e non so perché.
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