Un Paese dell’Unione non può sottrarsi unilateralmente agli obblighi derivanti dalle regole europee che determinano quale stato membro sia competente a esaminare una domanda di asilo, ha affermato la Corte di giustizia dell’Unione europea con la sentenza del 5 marzo 2026. È esattamente ciò che ha fatto il governo Meloni quando, alla fine del 2022, ha deciso di sospendere l’accettazione di richiedenti asilo provenienti da altri stati membri, pur spettando all’Italia la loro presa in carico. Ed è proprio all’Italia che la sentenza si riferisce.

A seguito della pronuncia, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha rivendicato in un post sui social la linea politica dell’esecutivo, omettendo però un aspetto essenziale: gli eventuali costi delle scelte conseguenti potrebbero ricadere sui cittadini.

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I fatti

Nel dicembre del 2022, con due comunicazioni indirizzate alle autorità competenti di altri Stati membri, il governo italiano aveva annunciato che non avrebbe più accolto richiedenti asilo inviati da altri stati membri. Si tratta dei cosiddetti dublinanti: migranti identificati nel primo paese Ue di arrivo (spesso l'Italia) che proseguono verso altri stati, venendo poi rimandati al paese di primo ingresso in base al regolamento di Dublino III (n. 604/2013).

Il caso concreto riguardava un cittadino siriano che aveva chiesto asilo in Germania. Berlino aveva domandato all’Italia di prenderlo in carico, ai sensi del citato regolamento. L’Italia non aveva risposto: in base a tale regolamento, in caso di mancato riscontro la richiesta deve considerarsi tacitamente accettata. Ma il trasferimento non era comunque avvenuto. Per questo il giudice tedesco ha chiesto alla Corte, con rinvio pregiudiziale, se l’Italia restasse comunque responsabile della presa in carico del migrante oppure se la competenza dovesse trasferirsi alla Germania.

La sentenza

Secondo la Corte, lo Stato membro designato come competente in base ai criteri del regolamento non può sottrarsi, con un semplice annuncio unilaterale, alle responsabilità derivanti dal sistema Dublino. Se fosse ammesso il contrario, osserva la Corte, verrebbe compromesso il buon funzionamento del meccanismo comune. Pertanto, il rifiuto italiano non ha eliminato, in un primo momento, la competenza dell’Italia.

Tuttavia, una volta che la richiesta di presa o ripresa in carico sia stata accettata, espressamente o tacitamente, il trasferimento deve essere eseguito, in linea di principio, entro sei mesi. Se ciò non accade, la competenza si trasferisce all’altro Stato, la Germania in questo caso. È un automatismo che serve a garantire al richiedente un accesso effettivo alla procedura di asilo e ad evitare che la sua domanda resti sospesa mentre due stati si palleggiano la competenza a valutarla.

Dunque, nel caso concreto, siccome il migrante non era stato riportato in Italia, l’esame della sua domanda è passata alla Germania. Potrebbe ritenersi che questo meccanismo premi lo stato inadempiente. Ma così non è: la Corte ha richiamato espressamente la possibilità che la Commissione europea o un altro Stato membro agiscano dinanzi alla Corte stessa contro il paese che ha violato gli obblighi derivanti dal diritto dell’Unione, l’Italia, mediante ricorso per inadempimento. Si tratta della via che può sfociare in una procedura di infrazione.

Le conseguenze del sovranismo del governo

Il rischio è che scelte presentate dal governo attuale come prova di fermezza sul terreno dell’immigrazione finiscano per tradursi, a seguito dell’eventuale procedura di infrazione e della relativa sanzione, non solo in conseguenze politiche o reputazionali, ma anche in costi finanziari destinati a gravare sulla collettività. Il sovranismo, rivendicato come difesa dell’interesse nazionale, rischia quindi di produrre un risultato opposto, penalizzando gli interessi dei cittadini, sui quali sarebbe trasferito il prezzo di una strategia di chiusura delle frontiere costruita in violazione della disciplina europea.

In questa vicenda, dunque, non c’è solo una questione di diritto. C’è anche un problema di trasparenza politica. Perché se la promessa è quella di una minore pressione migratoria ottenuta attraverso atti di rottura con il quadro comune europeo, allora andrebbe detto con pari chiarezza quale potrà essere l’eventuale costo di quella rottura. Ma quanti tra coloro ai quali l’azione del governo italiano viene presentata come un successo sono davvero consapevoli del fatto che il relativo conto potrebbe essere pagato da loro?

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