La responsabile dell’ufficio legale di Differenza Donna è promotrice della campagna per il No al referendum, presentata al Senato: «L’equilibrio tra i poteri rappresenta la concreta possibilità per i diritti di essere effettivamente tutelati e protetti dagli abusi di potere»
È la pratica femminista del limite, la condizione che rende possibile la libertà e la relazione, che mostra come questa riforma della giustizia sia pericolosa e mini un principio cardine dell’ordinamento costituzionale: l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, come contrappeso istituzionale. Il limite «impedisce a qualcuno di farsi assoluto, di porsi come misura unica del mondo e di cancellare o assorbire l’altro» e «la separazione dei poteri nasce da questa consapevolezza».
Questa è la prospettiva da cui parte la campagna per il No al referendum del 22 e 23 marzo, a cui hanno aderito oltre 1.700 femministe, accademiche, giuriste, cantanti, registe, scrittrici, politiche, ingegnere, operatrici dei centri antiviolenza. L’hanno presentata in conferenza stampa al Senato le promotrici: l’avvocata Teresa Manente, la costituzionalista Carla Bassu, la civilista Concetta Gentili, la filosofa Fabrizia Giuliani, la magistrata Maria Monteleone e la psicologa Elvira Reale.
«L’equilibrio tra i poteri rappresenta la concreta possibilità per i diritti di essere effettivamente tutelati e protetti dagli abusi di potere», spiega Manente, esperta nel contrasto alla violenza di genere e responsabile dell’ufficio legale di Differenza Donna. Una magistratura indipendente, sottolineano le firmatarie, è a garanzia dei diritti di tutte e di tutti, al contrario di un’autonomia fragile, che indebolisce la capacità dello Stato di riconoscere e tutelare da violenze, discriminazioni e disuguaglianze.
Qual è l’idea di Stato che suggerisce questa riforma?
La riforma esprime un modello di autocrazia elettiva insofferente al controllo giudiziario che, invece, è la garanzia irrinunciabile e strutturale di un ordinamento veramente democratico. La democrazia costituzionale non è concentrazione del potere ma limite, equilibrio, garanzia delle libertà.
Molti sostengono che non ci sia una norma che prevede esplicitamente la subordinazione del pubblico ministero al potere politico.
È vero, non lo prevede espressamente, ma interviene su snodi fondamentali dell’assetto costituzionale. Attraverso una tecnica normativa, che rinvia a leggi successive ordinarie per la disciplina di aspetti decisivi, come ad esempio l’organizzazione della magistratura requirente, i rapporti tra pm e polizia giudiziaria, o stabilire le priorità dei reati da perseguire. È una delega in bianco.
Perché la ritenete una riforma sbagliata anche nel metodo?
Si è arrivati alla sua approvazione senza poter apportare alcun emendamento, neppure una virgola è stata cambiata, ogni proposta di modifica è stata respinta. Questa chiusura al confronto segnala una concezione del potere che nega il riconoscimento dei limiti e dei contrappesi istituzionali.
Da avvocata, che vive tutti i giorni le aule giudiziarie, non vede limiti nel funzionamento del sistema giudiziario?
Difendere l’indipendenza non significa annullare i problemi della giustizia che oggi esistono: lentezza dei processi, mancanza di risorse, di formazione, di specializzazione. Ma indebolire la funzione della magistratura non serve a nessuno, non elimina alcun ostacolo al diritto di accesso alla giustizia per le donne.
Si tratta, invece, di difendere una funzione, cioè quella di assicurare che i diritti inviolabili operino come limiti al potere ed è possibile, ripeto, solo se la magistratura è svincolata da indirizzi politici contingenti. L’indipendenza della magistratura consente ai giudici di applicare la legge valorizzando i principi della Costituzione e allineandosi a quelli delle convenzioni internazionali, indipendentemente dall’orientamento del governo di turno.
Può fare un esempio?
Nel contrasto alla violenza maschile contro le donne ad esempio l’evoluzione interpretativa delle norme penali e civili è avvenuta anche grazie alla possibilità dei magistrati di applicare i principi costituzionali e le norme sovranazionali come la Convenzione di Istanbul in un quadro di autonomia decisionale.
Pensiamo al reato di violenza sessuale. L’interpretazione convenzionalmente orientata del reato di violenza sessuale ha ormai consolidato nella giurisprudenza di legittimità il principio di diritto per cui ogni atto sessuale senza consenso è stupro. E ciò è stato possibile grazie a una magistratura attenta, competente, specializzata che ha applicato il diritto europeo.
Così nei casi recenti in materia di trattenimento dei migranti in Albania, la funzione esercitata dai giudici è stata quella prevista dalla Costituzione e cioè garantire il rispetto della legge e del diritto europeo e non un atto di opposizione politica, come invece è stato sostenuto.
Proprio le pronunce sui trattenimenti nel Cpr albanese sono state usate dal governo per attaccare la magistratura, accusarla di ostacolare le politiche dell’esecutivo. Secondo Meloni, se la riforma non passa «immigrati illegali, stupratori, spacciatori» vengono rimessi in libertà.
Questo è proprio l’obiettivo: indebolire la magistratura, per avere un potere assoluto. Un potere esecutivo che non tollera che la magistratura possa sindacare, limitare, annullare le sue decisioni.
Lei che ha preso parte a battaglie fondamentali per i diritti delle donne, come il percorso che ha portato alla legge sulla violenza sessuale o all’istituzione di centri antiviolenza a Roma, come giudica l’operazione fatta dalla leghista Giulia Bongiorno sull’introduzione del dissenso nel reato di violenza sessuale?
Si tratta di una scelta politica e culturale, quella di non voler riconoscere alla donna la libertà di scegliere un rapporto sessuale. Se è reato solo quando c’è dissenso significa presumere che la donna sia sempre consenziente al rapporto sessuale e, solo nel momento in cui si oppone e manifesta il dissenso, si considera stupro. Non si vuole riconoscere alla donna la libertà di autodeterminarsi. Significa tornare indietro rispetto a una cultura giudiziaria che abbiamo modificato in 30 anni di femminismo.
Sono diversi i casi di femminicidio in cui l’applicazione di un braccialetto elettronico avrebbe salvato la donna. È responsabilità della magistratura?
Sono ormai tre i casi di donne in questo anno che sono state uccise, nonostante i magistrati avessero applicato in maniera tempestiva la legge, dando il massimo della protezione: la misura cautelare per l’uomo degli arresti domiciliari con l’applicazione del braccialetto elettronico.
Il problema è che, nonostante l’utilizzo dei braccialetti elettronici sia diventato obbligatorio per legge, le donne continuano a morire perché i dispositivi sono insufficienti, sono ancora pochi come verifichiamo ogni giorno noi dei centri antiviolenza.
Di questo ne è responsabile il ministro dell’Interno, in coordinazione con il ministro della Giustizia, a capo dei servizi e dell’organizzazione della giustizia. Noi di Differenza Donna abbiamo denunciato e segnalato più volte questa carenza gravissima, ma il problema non è stato ancora risolto. Non basta emanare leggi, e soprattutto non bastano leggi a costo zero, perché, per applicarle concretamente e contrastare efficacemente il fenomeno criminale della violenza di genere contro le donne, servono finanziamenti.
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