C’è chi scrolla il telefono, chi sbadiglia, chi parla ad alta voce, chi va in bagno, chi lascia la poltrona vuota. Non è lo scenario di una fila alle poste, né la sala d’attesa di un dentista, ma la platea dei David di Donatello.

Quello tra la televisione e il cinema è un rapporto strano. Non tanto per quanto riguarda la messa in onda di film – che di solito va piuttosto bene, nonostante le pubblicità colpevoli di «interrompere le emozioni», per citare l’antico j’accuse felliniano – quanto più la sua declinazione metarappresentativa, il cinema che va in tv per parlare di cinema.

E così, come ogni anno, dalla premiazione su Rai 1 ci aspettiamo il glamour militare hollywoodiano, fatto di scalette disciplinate e discorsi misurati al secondo, e ci ritroviamo il tripudio del «circoletto» cinematografico nostrano – per citare un altro j’accuse, stavolta di Giuliana De Sio – che sbrodola, si annoia, divaga, mentre i conduttori arrancano per tenere alta una tensione assai sgangherata.

Sia chiaro, qui non si sta parlando di statuette e merito, che proprio nella settantunesima edizione, come avviene non troppo spesso, combaciano perfettamente grazie all’exploit de Le città di pianura, film anti circoletto e dunque anticonvenzionale.

Qua si parla di due parenti, cinema e tv, che si incontrano a forza solo quelle rare volte l’anno per le feste comandate e fanno un macello. Non si piacciono, non sanno come parlarsi, uno vuole la diretta, il flusso, l’altro il montaggio, l’occhio del regista.

Uno i tempi brevi, la sintesi, l’altro l’analisi, la lunghezza. Critici, commentatori e dati Auditel confermano: questo rendez-vous non va giù.

E se invece fosse proprio il caos a rendere interessante l’appuntamento tra i due vecchi media? Come altro dovrebbero presentarsi, se non tanto incasinati da risultare simpatici, “gli Oscar italiani”?

LE ULTIME PUNTATE DI “NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE”

© Riproduzione riservata