Alessandro Giuli ha lanciato la proposta per risolvere i dossier del Teatro delle Vittorie e quello di Beatrice Venezi: comprare il primo e nominarne direttrice la seconda. Una soluzione autarchico-meloniana, forse ispirata all’anniversario del cult di Moretti. O forse a qualcosa di più antico
«Forse ho sbagliato ideologia!» dice Michele Apicella, alter ego morettiano al suo esordio cinematografico del 1976, Io sono un autarchico.
Cinquant’anni di dolci, nevrosi, autoanalisi autoironiche della sinistra post-sessantottina e famigerati dibattiti; un film il cui titolo è già di per sé un cult. Che sia stata la puntata di Hollywood Party su Radio 3, dove Nanni Moretti è stato ospite pochi giorni fa insieme Fabio Traversa a parlare di questo importante compleanno, l’ispirazione per il ministro Alessandro Giuli?
Una (non) modesta proposta
Sempre ai microfoni radiofonici Rai, quelli più arrembanti de La Pennicanza, Giuli ha infatti lanciato la sua proposta, modesta ma non troppo, per invertire in un colpo solo sia il destino del Teatro delle Vittorie che quello di Beatrice Venezi. Si compra il primo, si mette alla direzione la seconda, due fenici con una fava. Soluzione autarchico-meloniana: invece di ragionare sul perché di un rifiuto così compatto, immaginiamo uno spazio autosufficiente in cui Venezi può fare ciò per cui è contestata, cantandosela, suonandosela e dirigendosela da sola.
Un pensiero che, scorporato dalla provocazione, rivela un modo di intendere la cultura di chi è al governo oggi, e in generale anche i luoghi di condivisione con chi la pensa diversamente dalla maggioranza relativa.
Come se il punto fosse assegnare a ogni costo un ruolo a qualcuno della propria squadra, a prescindere da cosa pensa la collettività dentro cui si inserisce, e attribuire il suo rifiuto non a una scelta sbagliata dall’alto, ma a uno sgarbo o un capriccio dal basso, che sia questa l’opposizione a un telecronista impreparato, a un comico inadatto o a un direttore d’orchestra poco stimato. Voi non ci volete? E noi facciamo un teatro a parte. Che poi, a pensarci meglio, l’ispirazione autarchica potrebbe essere anche più vecchia del cinquantenne Michele Apicella.
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