Per spiegare il concetto di “centro” nella democrazia dei partiti, un’immagine utile è quella dell’acquario dove, se si getta al centro del cibo l’affollamento dei pesci sarà tale da rendere il centro totale.  La scena politica è simile nel senso che i raggruppamenti avvengono per distinzione a partire da un centro che in teoria è vuoto. Chi tenterà di occuparlo si schiererà e quindi, addio centro.

Il centro si definisce per assenza: denota una moderazione rispetto a identità esplicite come lo stare non proprio a destra e non proprio a sinistra. Se la destra vuole la chiusura delle frontiere, il centro proporrà un’esclusione moderata; se la sinistra vuole i diritti del lavoro, il centro proporrà di mediare con i diritti dell’impresa. E via di questo passo ad annacquare vino d’altri. Il centro è parassita di destra e di sinistra, soprattutto se esiguo e frastagliato da avere poca ciccia di suo.

LaPresse

I centristi della prima Repubblica erano più corposi perché abbeverati a quella che forse è stata la fonte più ricca del centrismo ideologico, il cattolicesimo democratico. E si proponevano come la soluzione moderatrice; lo slogan della Democrazia Cristiana era «al centro contro gli opposti estremismi» forte dell’idea che le ali (di destra e di sinistra) avrebbero impedito «la governabilità» - ma quando si trattava di scegliere, si preferiva la destra (come succede nella Francia del secondo Emmanuel Macron).

Centristi arlecchini

La storia si ripete oggi in Italia. Ma le ridotte proporzioni la rendono un poco buffa; disciolta l’ideologia democristiana, i centristi mostrano la loro faccia: per esistere hanno bisogno degli estremi. E se necessario li inventano. Così attribuiscono una forza pericolosa a fantomatici «estremisti» senza poi saper dire in che cosa consista il loro terribile «estremismo».

In Italia, il centro è dichiarato da individui: Carlo Calenda, Matteo Renzi, Luigi Di Maio, Mara Carfagna, e altri che verranno, si affrettano a darsi un’identità e le definizioni di «estremismo» affibbiate a destra e a manca fioccano come coriandoli.

Il centrismo si veste da Arlecchino. In aiuto viene la destra neo-fascista di Giorgia Meloni (gli anti-fascisti crescono come funghi in queste ore) la pasionaria della lotta per i diritti degli italiani veri, delle famiglie vere, dei sessi veri, ecc.

Tra il 2016 e 2018, con la Brexit, Trump e Salvini, l’aggettivo polemico distintivo era «populismo». Ora che tutto ciò appartiene al passato, l’aggettivo nuovo di contrasto è “estremismo” – rispetto al quale, non è forse vero che la soluzione ottimale sarebbe la moderazione al centro?

Un centro che per esistere deve inventare il pericolo. Una strategia furba per avere qualche possibilità di entrare nel Parlamento dei 600 – i centristi devono difendere il loro posto di lavoro nelle istituzioni. Ma un centro che per esistere spera nella forza degli «estremisti» prova che il centro è una finzione.

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