Mentre si riduce l’abbandono, cresce la dispersione implicita. L’Italia spende poco, paga male i docenti e lascia indietro il Mezzogiorno. Servono mense come diritto, carriera degli insegnanti e scuole valutate su obiettivi concreti, estendendo l’Agenda Sud alle periferie
Una buona notizia, rara quando si parla di scuola: nel 2025 l’abbandono precoce è sceso all’8,2 per cento, dall’11,5 del 2022. L’obiettivo europeo del 9 per cento al 2030 è centrato con cinque anni d’anticipo. Non è retorica: ragazzi veri, tornati in aula.
E qui finisce. Nello stesso anno l’Invalsi registra la dispersione implicita — chi prende il diploma senza le competenze minime per usarlo — salita dal 6,6 all’8,7 per cento, al Sud e nelle isole dal 9,2 al 12,5. Abbiamo portato migliaia di studenti dentro la scuola, senza dare loro la ragione per cui esiste.
Il resto non è cambiato in sei anni. Spendiamo per l’istruzione il 3,9 per cento del Pil contro il 4,7 medio europeo: terzultimi nell’Unione. Penultimi per laureati, 31,6 per cento tra i 25-34enni. E gli insegnanti, il fattore che più pesa sui risultati, li abbiamo lasciati indietro: in dieci anni le retribuzioni reali dei docenti sono cresciute del 14,6 per cento in media Ocse, in Italia sono calate del 4,4; un maestro guadagna il 33 per cento in meno di un laureato occupato a tempo pieno, contro il 17 della media Ocse. Il contratto di dicembre porta 53-87 euro netti al mese, ma recupera un terzo dell’inflazione del triennio; il welfare aggiunge polizza sanitaria e alloggi calmierati, sensati ma temporanei e da attuare.
Il dato che spiega tutti gli altri è prosaico: la mensa. Al Sud solo il 26 per cento delle primarie ha il refettorio, contro il 54 del Centro-Nord: 650mila bambini vanno in una scuola che non ce l’ha. Senza mensa non c’è tempo pieno, e senza tempo pieno un alunno del Sud o delle aree interne perde 200 ore l’anno: un anno di primaria su cinque. A Milano il tempo pieno copre oltre il 90 per cento delle classi, a Palermo e Reggio Calabria sotto il 10.
C’è poi il capitolo più facile da correggere, che nessuna statistica registra: dove la mensa c’è, la stiamo spegnendo. Il blocco ministeriale delle autorizzazioni al tempo pieno non è mai stato revocato, nemmeno ora che il personale ci sarebbe. Le famiglie hanno trovato una via artigianale: qualche rientro pomeridiano, i comuni a mettere refettori e servizio, le scuole gli insegnanti. Imperfetto, ma funzionava. Da quest’anno il ministero non copre più quelle ore: il costo ricade su comuni o famiglie. Abbiamo il servizio, il bisogno documentato, il personale disponibile; e una circolare che li tiene separati.
Non è un destino.
L’Agenda Sud, il piano sulle scuole fragili del Mezzogiorno, ha dato risultati misurabili: le scuole coinvolte sono migliorate più di quelle vicine e talvolta più di quelle del nord. Quando decidiamo dove mettere le risorse e verifichiamo cosa producono, i divari si muovono. I bambini poveri non sono scemi né svogliati: sono discriminati. A chi ha meno diamo meno.
Tre cose, in ordine di urgenza. Primo: mensa e tempo pieno come diritto esigibile, non come servizio a domanda. Dove il refettorio non c’è serve un piano decennale con obiettivi e risorse vincolate: lasciarlo alla finanza dei Comuni più poveri significa non farlo mai. Costa, ma non farlo costa di più: lo paghiamo già in produttività mancata e occupazione femminile ferma. Dove il refettorio c’è non serve un euro nuovo: basta revocare il blocco e rimettere in carico allo Stato le ore di mensa dei docenti. È la correzione da chiedere per prima: si fa con una circolare, in poche settimane.
Va sanata un’asimmetria antica. La mensa gratuita per tutti è un obiettivo della Garanzia europea per l’infanzia, scritto nel Piano nazionale dalla scorsa legislatura. Nei fatti il conto resta diviso tra comuni e famiglie, con compartecipazioni diverse a ogni confine comunale. Lo Stato contribuisce in parte persino al pasto degli insegnanti: 104 milioni l’anno, alzati su richiesta dell’Anci ma insufficienti: meno di 2,80 euro a pasto contro un costo medio vicino ai 6. Il resto lo mettono comuni o tariffe: una tassa locale sul diritto allo studio, più cara dove meno la si può permettere.
Secondo: la carriera degli insegnanti, la grande assente. Non classifiche né docenti in gara tra loro: una figura intermedia — insegnanti con responsabilità formative e organizzative, che per questo avanzano di ruolo e stipendio — e un fondo gestito dalle scuole con contrattazione decentrata, per chi firma un patto pluriennale e resta nelle sedi difficili. L’opposto degli aumenti a pioggia. Il precariato patologico va sanato, ma smettiamo di far coincidere politica scolastica e politica del personale.
Terzo: valutare gli istituti, non graduare le persone. Ogni scuola con obiettivi propri e verificabili — l’italiano dei figli degli immigrati in una primaria di periferia, gli abbandoni maschili in un professionale di provincia — e risorse legate al loro recupero. Significa rendere strutturale l’Agenda Sud ed estenderla alle periferie del nord, che hanno numeri da Mezzogiorno e nessuno che le nomini.
Il progresso di cui abbiamo bisogno non passa né da un algoritmo né da un bonus. Passa da una mensa aperta in una scuola di periferia e da un insegnante che abbia una ragione per restarci.
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