Militiamo in schieramenti opposti sul referendum costituzionale in materia di giustizia. Non è motivo sufficiente perché ne siano intaccate stima e amicizia. Tuttavia, come ho avuto modo di comunicarti, anche io, come molti altri, sono stato sorpreso dal tuo sostegno al Sì
Caro Antonio Di Pietro,
ci lega una vecchia amicizia che precede la comune militanza nei Democratici dell’Asinello e nell’Ulivo prodiano. Ci mise in contatto un comune, autorevole e non dimenticato amico, il valente penalista professor Federico Stella che, come ricorderai, contribuì a elaborare una proposta di depenalizzazione non corriva con i corrotti che avrebbe potuto imprimere un corso diverso a Mani Pulite. Meno traumatico. Non ebbe fortuna. Lasciata da te la magistratura, avemmo modo di condividere un tratto di percorso politico nel centrosinistra.
Ora militiamo in schieramenti opposti sul referendum costituzionale in materia di giustizia. Non è motivo sufficiente perché ne siano intaccate stima e amicizia. Tuttavia, come ho avuto modo di comunicarti, anche io, come molti altri, sono stato sorpreso dal tuo sostegno al Sì.
Perché Sì?
Permettimi quattro argomenti tra i tanti. Il primo: ti abbiamo conosciuto e apprezzato come uomo pratico, uomo di diritto refrattario alle fumisterie ideologiche: dovrebbe riuscirti chiaro che la riforma in oggetto non incide neppure per una virgola sul funzionamento della giustizia, alla quale hai dedicato una parte tanto estesa e importante della tua vita. Come ha riconosciuto candidamente lo stesso Nordio.
Il secondo: non è nelle tue corde smarrirti nelle tecnicalità da leguleio. Mi verrebbe da dire: non è da te farti distrare da esse. È di tutta evidenza – ed è di nuovo riconosciuto dai suoi stessi autori, a cominciare dalla premier – che altra, più alta e concreta è la posta in gioco: non già affermare genericamente il primato della politica, ma porre le premesse perché il governo non sia disturbato dalla magistratura, dal controllo di legalità che le compete. Il governo in carica e – Nordio dixit – quelli a venire, di destra e di sinistra.
Terzo: un’allergia ai poteri di garanzia e di bilanciamento del potere dell’esecutivo che, di nuovo, dichiaratamente e programmaticamente, sono scolpiti nell’altra riforma concepita come “madre” ovvero il premierato assoluto. Di un capo del governo plebiscitato direttamente che sospinge ai margini del sistema il presidente della Repubblica e il parlamento. Non si può fingere di ignorare il complesso delle riforme in cantiere. A testimonianza che la posta in gioco è non meno che la Costituzione vigente, la separazione dei poteri, lo Stato di diritto.
Quarto: tu non hai mancato di manifestare il tuo dissenso – e ci mancherebbe – dall’enfasi con la quale i più zelanti sostenitori del Sì hanno voluto dedicare la riforma a Silvio Berlusconi, ma non ti dovrebbe sfuggire che quella dedicazione è perfettamente coerente. Sia perché la separazione delle carriere e la rottura dell’unità della giurisdizione sono una “storica” battaglia del Cavaliere, sia perché essa esattamente persegue il fine che egli, sempre e in mille modi, ha perseguito: mettere la mordacchia alla magistratura, affermare l’idea secondo la quale chi ha avuto l’investitura popolare – “unto” dal consenso – non deve rispondere alle leggi e alla Costituzione.
È l’dea-forza di tutti i populismi e le autocrazie. Non ti sarà sfuggito che, per Tajani, seguirà la sottrazione ai magistrati della polizia giudiziaria.
No al disegno del capo
Forse ricorderai che, proprio per il tramite del professor Stella, nei giorni in cui lasciavi la toga e sentivi l’esigenza di consigliarti con un vecchio saggio, provammo a organizzare un incontro con don Giuseppe Dossetti, allora impegnato a contrastare il mix bonapartismo-secessionismo patrocinato dalla coppia Berlusconi-Bossi. Complice la malattia dell’anziano monaco-costituente, non ci riuscimmo.
Merita però rammentare il suo monito a non stravolgere la Costituzione avallando il disegno in capo a chi, più esattamente, è refrattario a ogni regola, alla cultura del limite che è il nucleo vivo e irrinunciabile del costituzionalismo liberale e democratico.
Come ben sai, tra coloro che non ti hanno mai amato ma oggi si avvalgono del tuo inatteso apporto alla causa del Sì, vi è chi, naturalmente non in pubblico, sussurra una ragione che sono sicuro respingeresti. Ovvero che a ispirarti sarebbe proprio la visione del pm come super-poliziotto che tu avresti incarnato, anziché come magistrato equanime. Ossessivamente proteso alla ricerca delle ragioni dell’accusa, per “incastrare” l’imputato, anche contro ogni evidenza e la deontologia. Cioè attribuendoti una motivazione soggettiva che essi – tuoi sodali nel referendum – respingono quale obiezione alla separazione delle carriere. A conferma di un equivoco, sul quale meriterebbe riflettere.
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