Maturità t’avessi presa prima. Non esattamente: facendo un rapido calcolo, mi rendo conto che sono passati quindici anni dal mio esame. C’erano ancora Silvio Berlusconi al governo (per poco) e la terza prova. Quasi nessuno in classe possedeva uno smartphone, praticamente la preistoria.

Ciò significa che potrei fare il mio esordio nella categoria di persone nota come “quelli che danno consigli spassionati ai maturandi, dei quali ai maturandi non importa niente”. «Advice, like youth, probably just wasted on the young», si dice, e allora tanto vale cambiare destinatario.

Suggerimenti

Ecco dunque qualche suggerimento non per chi comincia la maturità, ma per chi l’ha già fatta e continua imperterrito a considerarla un evento epocale nella propria Bildung da riportare a galla ogni anno con nuovi aneddoti e raccomandazioni. Un eterno «infandum, regina, iubes renovare dolorem» ma con le tracce della prima prova al posto della caduta di Troia.

Arginare la mitopoiesi dell’esperienza liceale: i racconti romanzati dei corridoi e delle campanelle lasciamoli a Fausto Brizzi; cinque anni, nella vita di una persona, da un punto di vista relazionale purtroppo non sono niente. Evitare frasi come “ancora me lo sogno”, che alimentano un’idea kafkiana dell’esperienza. È faticosa perché dura molte ore e fa caldo, per il resto si tratta di ripassare materie che, vendittianamente, saranno, come non saranno mai, il mestiere di chi si diploma. Ridurre al minimo le metafore sul “rito di passaggio”, dato che, si sa, l’unico vero battesimo all’età matura è quando si cominciano a pagare tasse, bollette e multe, non quando si riesce a fare un collegamento tra l’ermetismo, Giovenale e la legge di Ohm.

La maturità, semmai, è l’ultimo scampolo di infanzia, e per questo probabilmente parlarne piace tanto a chi è adulto e meno a chi ancora non lo è.

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