L’avevamo capito. Il ritorno terminologico all’esame di maturità non è un semplice restyling nostalgico, ma è una reviviscenza del gentilianesimo in purezza. L’uscita delle materie per il prossimo esame toglie anche la sottilissima maschera della «valutazione della crescita complessiva» e rende trasparente il nuovo dispositivo, che riduce e frammenta il sapere, svaluta l’autonomia critica e trasforma gli studenti in metadati pronti per il mercato del lavoro.

La novità più mortificante della riforma, si sapeva, riguarda la struttura del colloquio orale, che viene ridotto a un’interrogazione su sole quattro discipline individuate senza nessun criterio condiviso dal ministero. Questa scelta amministrativa ha già avuto un implicito impatto devastante sulla didattica quotidiana; da lunedì il disastro sarà dichiarato: tutto ciò che non rientra nel plico ministeriale diventerà di fatto una non-materia.

Immaginiamo la fatica di un docente nel proporre Hegel o Popper in una quinta superiore di uno scientifico o di un indirizzo di scienze applicate, quando gli studenti sanno con certezza che la filosofia non sarà oggetto d’esame. Immaginiamo da domani che autorevolezza avranno gli insegnanti di inglese, materia che sparisce – in linea con Gentile – da molte maturità. Immaginiamo come si sentiranno ogni anno i docenti di materie come storia dell’arte o educazione motoria, che ovviamente saranno scelte solo in rarissimi casi o mai dal ministero.

Superare la prova

Così, senza neanche il coraggio di una riforma complessiva, abbiamo il risultato di risparmiare sui costi dell’esame, e di ridimensionare, e di molto, il senso costituzionale di un esame che dovrebbe arrivare alla fine di un processo di «pieno sviluppo della persona umana». La conoscenza smette di essere un percorso di emancipazione e ricerca per diventare una preparazione selettiva e utilitaristica finalizzata al superamento di una prova. Si rinuncia esplicitamente alla multidisciplinarietà, alla capacità di costruire discorsi trasversali – gli elementi che caratterizzavano le riforme precedenti – per tornare a un sapere settoriale e frammentato.

I documenti ministeriali rivelano un’ulteriore distorsione tecnica: i professori che comporranno le commissioni snellite (due interni e due esterni) potranno interrogare esclusivamente sulle materie per cui sono abilitati e che sono state assegnate alla commissione. Prendiamo il caso dei docenti di Storia e Filosofia: se il decreto ministeriale assegna alla commissione la materia Storia; il docente, anche se possiede le competenze per raccordare i processi storici al pensiero filosofico, sarà confinato entro i limiti burocratici della singola disciplina.

L’insegnante smette di fare l’insegnante, accompagnare lo studente nel navigare tra le connessioni del sapere, e si ritrova a fare il controllore di nozioni entro un perimetro stabilito dall'alto. Si nega la natura stessa della relazione educativa per ridurla a una procedura di verifica standardizzata, simile ai test Invalsi che il ministero usa sempre più per classificare scuole e i cosiddetti “talenti”.

Populismo sanzionatorio

Il progetto ideologico emerge chiaramente anche nel cambio di denominazione dei Pcto (Percorsi per le competenze trasversali e per l'orientamento), che tornano a chiamarsi Formazione scuola-lavoro (Fsl). Anche qui la riverniciatura lessicale più campita rivela però la dichiarazione che la scuola deve essere «ancorata ai bisogni concreti» (leggi: succube) delle aziende. Il colloquio orale, che dedica ampio spazio alla relazione su queste esperienze, diventa il momento in cui lo studente deve dimostrare la propria occupabilità piuttosto che la propria maturità civile.

Questa canalizzazione precoce mira a raccogliere dati e cernere talenti da inserire nel mercato il prima possibile, ignorando il diritto degli studenti a una formazione autonoma e critica. La scuola cessa di essere l’avamposto per arginare le disuguaglianze sociali per diventare un apparato che le legittima attraverso la pedagogia astratta del merito. Dove sta il merito in questa riforma di una maturità dimidiata?

E non poteva mancare una spruzzata di populismo sanzionatorio. La riforma risponde con netta ostilità alle proteste studentesche dell’anno scorso. Il colloquio orale diventa obbligatorio e non aggirabile: chi sceglie la scena muta come gesto di dissenso politico contro il sistema di valutazione non sarà semplicemente sanzionato nel punteggio, ma sarà bocciato, obbligato a ripetere l’anno anche se ha fatto prove scritte eccellenti. Si nega allo studente la possibilità di essere un soggetto politico, di dire “preferirei di no”. Dovrà adattarsi; il voto in condotta, reso più determinante dalla diminuzione delle materie e più pesante nel quadro della valutazione, completa questo quadro repressivo: un sei in comportamento obbliga alla discussione di un elaborato critico sulla cittadinanza, trasformando i valori costituzionali in una sorta di punizione riparativa.

© Riproduzione riservata