Antonio, mio padre, durante la Seconda guerra mondiale era un giovane sottotenente dei Granatieri di Sardegna. Un corpo scelto dell’Esercito italiano che affondava le sue radici nell’antico reggimento delle guardie reali di casa Savoia. Il loro motto, allora, era “A me le guardie per l’onore di casa Savoia!”, eco del grido lanciato dal duca di Savoia nella battaglia di Goito del 1848 per guidare le truppe contro gli austriaci.
Era un’eredità simbolica potente, fatta di disciplina, onore e fedeltà alle istituzioni. Ma la storia avrebbe posto quella generazione davanti a una prova ben più difficile: distinguere tra fedeltà formale e responsabilità morale.
L’8 settembre 1943 segnò uno spartiacque drammatico. Dopo l’armistizio, i Granatieri, sostenuti dalla popolazione romana, furono tra i pochi reparti che tentarono una difesa organizzata della capitale, combattendo per due giorni contro i tedeschi. Fu uno degli ultimi momenti in cui una parte dell’esercito cercò di opporsi al collasso dello Stato.
Il 10 settembre, però, la fuga del re e del governo verso Brindisi, l’assenza di ordini e la decisione degli alti comandi di arrendersi portarono allo sbandamento dell’intera divisione. In quei giorni si consumò non solo una disfatta militare, ma una crisi di legittimità: lo Stato abbandonava se stesso e i suoi cittadini.
Mio padre si trovava in Puglia quando il re vi giunse. Gli fu chiesto se fosse disponibile a entrare nella guardia reale. Era una proposta coerente con la sua carriera, eppure Antonio rifiutò. Ritenne quella fuga un tradimento: dei civili lasciati senza difesa, dei soldati abbandonati a sé stessi, dell’idea stessa di Stato che aveva giurato di servire. Non fu una scelta facile. In un momento di disgregazione generale, quando molti cercavano solo di sopravvivere o adattarsi, mio padre fece qualcosa di diverso: scelse.
Preferì unirsi al primo nucleo del ricostituito Esercito italiano che avrebbe risalito la penisola combattendo al fianco degli Alleati, contribuendo insieme alle molte brigate partigiane, alla liberazione del Paese e al suo riscatto morale. Quel primo raggruppamento dell’esercito partecipò alla battaglia di Monte Cassino. Antonio era lì. E lì perse due dei suoi migliori amici.
Negli ultimi anni della sua vita mi raccontava la paura durante gli assalti lungo le pendici del Monte Lungo. Mi parlava della nebbia che si diradava e del crepitare improvviso delle mitragliatrici tedesche. Mi raccontava l’attesa, l’incertezza, la consapevolezza della morte. Ma soprattutto ricordava i suoi due amici. Si erano offerti volontari per un’avanscoperta. Li ritrovò dopo due giorni, falciati dal fuoco nemico. Avevano allentato la cintura per respirare meglio negli ultimi istanti. Un dettaglio che lo colpiva ancora, perché racchiudeva tutta la fragilità e il coraggio di quei ragazzi poco più che ventenni.
Il 25 aprile, per me, è anche questo. È il volto di mio padre, ormai pensionato, quando indossava con orgoglio le mostrine rosse dei Granatieri e lo accompagnavo alle commemorazioni di Monte Cassino.
La mia storia personale della Repubblica comincia dalla sua scelta in Puglia. Da quel rifiuto che era insieme rottura e fedeltà: rottura con un potere che aveva tradito, fedeltà a un’idea più alta di giustizia e responsabilità.
In quella decisione c’è un insegnamento che va oltre la memoria familiare. Antonio aveva un forte senso delle istituzioni, non come obbedienza cieca, ma come adesione consapevole a valori che possono e talvolta devono, essere difesi anche contro le istituzioni stesse quando smarriscono la loro funzione.
Mi ha insegnato la dignità del dire di no. La capacità di schierarsi, anche quando costa. L’idea che il riscatto di una nazione passa attraverso scelte individuali, spesso silenziose, che nel loro insieme cambiano il corso degli eventi.
Il 25 aprile è la somma di queste scelte. È la storia collettiva di un Paese che ha saputo, nel momento più buio, trovare le risorse per ripartire. Per questo, ogni anno, quella data non è solo memoria, ma interrogazione sul presente. Ci ricorda che la libertà non è mai acquisita una volta per tutte e che la responsabilità individuale resta il suo fondamento più solido.
Mio padre usava altre parole per dirlo. Ma il senso era chiaro: sono le nostre scelte, personali e collettive, a cambiare il destino di un Paese. Perché, in fondo, «la storia siamo noi. Siamo noi padri e figli. Siamo noi, Bella ciao, che partiamo».
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