C’è un modo pigro di celebrare il 25 aprile: farne una ricorrenza civile neutra, affidata alle corone di fiori, ai cerimoniali, alle frasi fatte. È il modo con cui una parte del paese prova da anni a separare la Liberazione dalla sua sostanza politica, come se la Resistenza fosse soltanto una pagina (gloriosa?) del passato e non il fondamento ancora vivo della Repubblica, il punto da cui discende la legittimità democratica delle nostre istituzioni.

Rispetto agli ultimi anni, questo 81esimo anniversario ha però un sapore diverso. Non perché le ambiguità della destra italiana siano venute meno, e nemmeno perché Giorgia Meloni e i suoi colonnelli abbiano finalmente accettato di pronunciare senza reticenze la frase più semplice, «sono antifascista».

Ma perché stavolta la festa arriva dopo una sconfitta politica e costituzionale del governo, e con un nuovo venticello politico che ha iniziato ad afflosciare le vele all’estremismo nero, in Italia e nel mondo.

Il referendum sulla giustizia, su cui la maggioranza ha investito per dare una torsione autoritaria alla legislatura, è stato respinto dagli elettori. E a un mese di distanza, è sempre più evidente che la batosta non sia stata un inciampo tecnico: è stata invece la dimostrazione che il destino non è affatto ineluttabile.

Baluardo della carta

Per mesi, anni, è apparso a troppi che la destra, con la presidente del Consiglio in testa, potesse imporre all’Italia tutta il suo racconto post missino: sui temi della giustizia, sui diritti, sulla televisione pubblica, sulla scuola, sulla storia nazionale, perfino sulle parole con cui il paese (come spiega Marika Ikonomu in un articolo a pagina 12) definisce se stesso.

Il voto ci ha ricordato che la democrazia costituzionale non coincide con la forza momentanea di chi governa e che il popolo, quando viene chiamato a decidere sull’architettura repubblicana, può sovvertire pronostici e farsi baluardo della Carta.

Il 25 aprile del 2026 è data significativa anche perché anticipa di qualche settimana l’ottantesimo genetliaco della nostra Repubblica. Che non nacque affatto da una riconciliazione nazionale né da un compromesso indistinto tra memorie equivalenti. Nacque (banalmente, ma va ripetuto per l’ennesima volta) dalla sconfitta del fascismo, dalla guerra partigiana, dalla scelta di donne e uomini che decisero di non restare neutrali quando essere neutrali significava obbedienza e complicità. È per questo che la posizione del presidente del Senato Ignazio La Russa, che pretende di mettere sullo stesso piano i partigiani e i repubblichini morti difendendo Salò, è un gesto di violenta falsificazione politica della nostra storia.

Patrimonio di tutti

Qui sta il nodo politico che la destra italiana non vuole sciogliere. Meloni può dichiararsi fedele alla Costituzione, può partecipare alle cerimonie pubbliche e parlare genericamente di “libertà”. Ma l’antifascismo (speriamo che questa volta Meloni ci sorprenda prendendo una posizione nuova e chiara) è vissuto ancora come appartenenza a una parte, come fosse una tessera di un partito.

La Liberazione invece non è patrimonio privato della sinistra, ma il minimo comun denominatore di chiunque si voglia ergere a paladino della democrazia italiana. Anche Silvio Berlusconi lo aveva capito, nonostante contraddizioni e retromarce della sua postura su un tema che resta fondamentale nel paese, molto più di quello che post-fascisti e liberali pragmatisti credono.

La Liberazione quest’anno soggiunge infine in un momento in cui il mondo sta iniziando a capire di quali disastri etici e materiali sono capaci le destre estreme che stanno trionfando da un decennio in giro per il mondo. Benjamin Netanyahu sta mostrando fino a quale abisso morale possa spingersi un potere che, in nome della paura e della propria sopravvivenza politica, trasforma la forza in destino e la guerra in identità permanente.

Il capo dell’internazionale sovranista, Donald Trump, ha dato in un anno e mezzo il peggio di sé fuori e dentro i confini nazionali, ma sta perdendo consenso come non era mai successo prima ad altri presidenti americani. Entrambi possono perdere alle prossime elezioni. Come già è successo all’ungherese Viktor Orbán, inventore di una democratura nella pancia dell’Ue, che si immaginava imbattibile fino a pochi mesi fa. Nessuna deriva è dunque irreversibile se una società conserva memoria, istituzioni capaci di resistere all’onda d'urto e, soprattutto, cittadini disposti a non cedere al fatalismo. Buona Liberazione a tutte e tutti.

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