Gli eventi del 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza hanno messo in difficoltà moltissimi insegnanti, gettando nel dubbio certezze costruite in decenni di lavoro sulla memoria. In molti hanno scoperto di non avere gli strumenti per affrontare le domande poste dagli studenti. Ma questa fragilità che non nasce ora
Gli approfondimenti di Domani dedicati al Giorno della memoria quest’anno si concentrano sulla didattica della Shoah. Un ambito che, oggi più che mai, mostra tutti i segni di una crisi profonda: non solo professionale, ma anche etica e politica.
Gli eventi del 7 ottobre e la guerra a Gaza hanno messo in difficoltà moltissimi insegnanti, gettando nel dubbio certezze costruite in decenni di lavoro sulla memoria. In molti hanno scoperto di non possedere gli strumenti necessari per affrontare le domande dei propri studenti, spesso dirette, talvolta provocatorie. Una fragilità che non nasce ora, ma che questi mesi hanno reso più evidente, accelerando processi già in corso da tempo.
L’erosione
Il rischio è quello di un’erosione profonda del significato stesso del Giorno della memoria. Un pericolo che richiama alla mente l’avvertimento lanciato da Liliana Segre lo scorso anno: «Della Shoah resterà solo una riga sui libri di storia». Una profezia che oggi appare meno lontana, e che non possiamo permetterci di ignorare.
Negli ultimi anni, infatti, il lavoro svolto è stato imponente sul piano quantitativo, ma meno incisivo su quello qualitativo. Troppo spesso si è puntato su celebrazioni, emozioni e retorica, sacrificando l’approfondimento storico. In questo processo, la Shoah è stata talvolta persino “degiudaizzata”, mentre nazismo e fascismo hanno perso la loro specificità politica. Allo stesso modo l’antisemitismo, da fenomeno storico e ideologico complesso, è stato ridotto a un male astratto, senza radici né contesto, privo di un prima e di un dopo. Il rischio è quello di una tempesta perfetta contro al Giorno della memoria.
La sfida
Di fronte a questo scenario, la sfida è chiara: rinnovare la didattica della Shoah. Servono nuovi approcci, nuovi linguaggi, nuovi strumenti capaci di parlare a una generazione che spesso vive la memoria come un rito stanco, quando non apertamente respingente.
Non si tratta, dunque, di confondere eventi diversi tra loro — la Shoah e il conflitto israelo-palestinese — che per tipologia, cronologia, geografia e protagonisti appartengono a piani distinti. La questione è un’altra: accettare una sfida nuova, che però recepiamo con un ritardo di almeno vent’anni. L’attualità ci ha mostrato con brutalità che, accanto alla Shoah, esistono temi collegati e imprescindibili che finora sono stati poco affrontati e ancor meno trasmessi.
Parliamo della memoria della Shoah in rapporto alla storia di Israele, del legame fra olocausto e identità nazionale israeliana, dell’evoluzione dell’antisemitismo e delle questioni — spesso deformate nel dibattito pubblico — di sionismo e antisionismo. Senza questa pluralità di conoscenze il quadro rimane parziale, fragile, incapace di reggere l’urto delle domande dei giovani e delle tensioni del presente.
Approfondire questi temi non significa prendere posizione sul conflitto, ma formare insegnanti “risolti”: docenti consapevoli del proprio ruolo, preparati non solo a trasmettere contenuti, ma anche a rispondere alle domande complesse che inevitabilmente arriveranno. È un compito enorme — un vero e proprio Everest — ma non più rinviabile.
Da questa sfida dipende la sopravvivenza della forma di educazione e di memoria più potente che abbiamo. E perdere questa occasione, oggi, sarebbe un errore storico.
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