Le proteste in Francia mostrano la forza dell’alleanza tra studenti, docenti e famiglie contro le disuguaglianze a scuola. E così spingono a una riflessione anche in Italia dove il governo, invece, con le norme sul consenso informato riconosce alle famiglie il potere di autorizzare le attività educative, ma lascia ai margini la libertà delle persone giovani di decidere della propria formazione
L’Europa brucia sui pavé parigini. La Francia ritrova la sua tradizione rivoluzionaria nella voce delle nuove generazioni, che dalla fine di settembre animano scioperi e blocchi nelle principali città francesi e ci ricordano che tra la classe e la rivoluzione resta ormai solo la scuola.
Ultimo baluardo e prima linea di una trincea scavata da povertà ed economie di guerra, xenofobia e violenza patriarcale, disuguaglianze e disprezzo della vita in comune. Un cammino europeo ha portato fin qui, e comprende anche noi.
La strategia di Lisbona ha rideclinato il valore dell’istruzione legandolo alla competitività e all’economia della conoscenza, insieme alla coesione sociale e al contrasto all’esclusione. Che cosa resta della promessa di emancipazione quando l’istruzione si misura sulla spendibilità delle conoscenze nel mercato del lavoro? È compromessa la funzione della scuola come strumento di promozione sociale e rimozione delle disuguaglianze.
La virata a destra di Italia e Francia è scandita dall’ossessione sovranista per lo smantellamento della scuola come ultimo bene comune. I licei delle periferie francesi, sulle quali pesano disuguaglianze e ipocrisie neocoloniali, hanno acceso la protesta. Chiedono insegnanti, classi meno affollate, edifici dignitosi: condizioni elementari per esercitare il diritto allo studio, indipendentemente dal reddito familiare. Ciò che brucia non sono i cassonetti ma le coscienze dell3 giovani davanti a una scuola trasformata in macchina di selezione sociale che rafforza le barriere di classe. Le nuove generazioni indicano una convergenza sociale attorno alla ripoliticizzazione radicale dell’educazione pubblica.
Manifestazioni, presidi e occupazioni, in Francia come in Italia, rigettano un sistema scolastico iniquo contrabbandato con la retorica della meritocrazia. Mostrano le falle di politiche che hanno sacrificato la scuola al contenimento della spesa pubblica. Bocciate anche le procedure di selezione che inficiano il diritto allo studio escludendo e profilando le vite giovani in base al potere economico dei padri e dei nonni.
Anche in Italia le procedure burocratiche ostacolano la partecipazione e l’affermazione di chi è già ai margini. Dalla piattaforma francese per l’ammissione alle università agli algoritmi per le assegnazioni dell3 docenti precari3 in Italia, scelte decisive dipendono da meccanismi sui quali è difficile intervenire. Pur nella diversità dei sistemi, il rischio è trasformare il diritto allo studio e al lavoro in una competizione in cui ciascuno affronta da solo la propria esclusione. Si indeboliscono la coscienza collettiva della professione docente e la possibilità di riconoscersi in una rivendicazione comune: la conoscenza come forma di libertà.
In Francia, accanto a chi frequenta i licei, ci sono docenti che si ribellano alla svalutazione sociale e materiale della scuola. Insieme alle famiglie creano un cordone sanitario tra le persone giovani e le schiere di poliziotti armati, autorizzati a muoversi come contro un nemico sul campo di battaglia.
Da che parte starebbero le famiglie italiane alle quali il governo Meloni ammicca con leggi censorie come la 104/2026 sul consenso informato? La retorica della «libertà educativa» le rassicura: la libertà è delle persone adulte, il controllo è su chi cresce. Ma quando chi vorrebbero proteggere scende in piazza per conoscere e scegliere oltre le loro aspettative, starebbero accanto o di fronte?
Quella promessa riconosce alle famiglie il potere di autorizzare determinate attività educative, ma lascia ai margini la libertà delle persone giovani di decidere della propria formazione. La scelta è se controllare le loro possibilità di conoscere o stare al loro fianco per ampliarle.
L’alleanza tra studenti, docenti e famiglie nelle piazze francesi dà corpo a questa seconda possibilità: assumere come responsabilità comune la libertà di chi cresce, anche quando mette in discussione le nostre convinzioni.
È la promessa della scuola pubblica: consentire a ogni persona di andare oltre ciò che l’origine sociale e le aspettative familiari hanno deciso per lei. Per questo sulla scuola si gioca una partita essenziale per tutta la società. Chi governa non può celebrare il pensiero critico finché resta un esercizio in classe e trattarlo come una minaccia quando pretende di cambiare le cose.
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