Arriva un'agenzia che annuncia la morte di Barbara Spinelli, e in un attimo rivivo le poche - tutto sommato, molto poche - occasioni in cui ci siamo incontrati e le più numerose conversazioni per mail su argomenti vari. Una delle più interessanti, ricordo, fu una lunga chiacchierata con mail chilometriche su Le benevole, il romanzo di Jonathan Littell che entrambi leggemmo - io, piuttosto avidamente - venti anni fa. Poi ci vedemmo in occasione delle presentazioni della mia biografia su suo padre Altiero, a Roma e a Milano, nel 2009, poi altri successivi momenti sparsi di commento sulla situazione europea e internazionale.

Per tutti i dodici anni che avevo speso ricercando e studiando la figura di suo padre, avevo messo una attenzione piuttosto maniacale nell'evitare i contatti con la famiglia. Volevo mantenere la mia "Wertfreiheit" nei confronti dell'oggetto studiato, non essere influenzato dal quadro familiare. Quando finalmente ci siamo conosciuti lei aveva riso, un po' timidamente, di questa asserita "libertà dal valore" che mi ero preso, e da lì, dal 2005, quando ormai ero solido sulle mie ipotesi interpretative sull'azione politica di suo padre, si era diventati guardinghi "amici".

Ne ammiravo la scrittura pulita, decisa e piena, ieratica, così diversa dal carattere mostrato in pubblico, schivo e riservato, e l'ho sempre seguita con attenzione, anche quando le nostre strade politiche e interpretative, soprattutto sul conflitto russo-ucraino, e sui doveri dell'Europa, si erano decisamente separate. Tutto coincise, e non credo sia stato un caso, con la morte di Tommaso Padoa-Schioppa, suo compagno per una breve stagione.

Ricerca e giornalismo

Barbara Spinelli aveva cominciato la sua carriera di ricercatrice e studiosa di questioni internazionali, giovanissima, come borsista, occupandosi della Germania orientale, all'interno di quell'incredibile laboratorio di studi sulla politica estera che aveva creato suo padre Altiero, nel 1965, con il contributo decisivo della Fondazione Ford: l'Istituto Affari Internazionali. Nello IAI Barbara si era fatta, come si dice, le ossa, mai all'ombra del padre ma piuttosto dovendo riscattare, con la sua personalità di ricercatrice, il peso di essere la figlia del creatore del luogo dove faceva ricerca. E la ricerca era ottima: i suoi lavori sulla situazione politica della Germania orientale e sulle prospettive di una crescita dei rapporti con la Germania occidentale (siamo all'alba della Ostpolitik), restano ancora oggi un punto di partenza necessario per comprendere le rispettive realtà tedesche. Da quella solida base di ricerca, anche su altri temi meno "tedeschi", si è formata la giornalista Barbara, attenta e scrupolosa nell'uso delle fonti e autrice da leggere, obbligatoriamente, anche quando non eri d'accordo con lei.

Anzi, soprattutto quando non ne condividevi le analisi, poiché la sua "spinellità" era la capacità di indurre la riflessione e smuovere il dubbio, anche nel lettore più granitico e fermo sulle sue posizioni.

Le elezioni al Parlamento europeo nel 2014, nelle liste de "L'Altra Europa con Tsipras" non hanno portato a una presenza politica significativa a Strasburgo, pur risultando lei eletta con un certo peso, sia nella circoscrizione Italia Centrale sia in quella Italia Meridionale. Fu, per i tanti che aspettavano un secondo Spinelli nel Pe, un momento di amarezza.

Adesso mi mancherà tantissimo, sia per litigarci sia per leggerla, perché aveva il dono molto raro che è dei grandi autori e grandi editorialisti: dire le cose scomode con un sorriso fermo e pacato, e tenere il punto, magari poi riconoscendo che le idee possono cambiare. In questa "Sensucht" era molto diversa dal padre, il quale raramente riconosceva un errore o lo sublimava come un mancato successo dal quale apprendere. Lei sapeva strutturare il confronto e un errore, suo o altrui, era un errore, utile magari, ma da evitare in futuro.

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