Con la morte di Umberto Bossi se ne va uno dei pochi leader che abbiano davvero modificato l’asse della politica italiana, il lessico del potere, perfino la geografia sentimentale della Repubblica. Non fu soltanto il capo della Lega Nord: fu l’uomo che seppe trasformare un rancore territoriale in progetto politico, una frattura economica in identità, una periferia produttiva in mito nazionale. Ed è qui la sua grandezza storica, che coincide quasi perfettamente con la sua colpa. Bossi non ha solo dato voce alla questione settentrionale: l’ha radicalizzata, deformata, resa spesso una caricatura aggressiva di sé.

Ha colto un problema reale — il divario tra un Nord che produceva e uno Stato centrale percepito da una parte del Lombardo-Veneto come inefficiente, dissipatore, clientelare — ma lo ha tradotto in una pedagogia del risentimento, in una politica del nemico, in una lunga delegittimazione dell’idea stessa di comunità nazionale.

Bossi veniva dalla provincia lombarda, da quella fascia di piccola impresa, municipalismo, lavoro autonomo e insofferenza fiscale che la Prima Repubblica aveva usato ma mai davvero rappresentato. Lì capì prima di molti altri che il Nord non chiedeva soltanto meno tasse: chiedeva riconoscimento, autonomia, potere, perfino una nuova narrazione di sé. Dalla Lega Lombarda alla nascita della Lega Nord, fino all’exploit dei primi anni di Tangentopoli, il Senatùr costruì una macchina politica formidabile, capace di occupare il vuoto lasciato dai partiti travolti dalle inchieste. Mentre Roma crollava, lui offriva al Nord non una semplice protesta, ma una “mitologia”. La “Padania”, liquidata da molti come folklore, fu invece per anni un dispositivo potentissimo di mobilitazione. Quando nel 1996 ne proclamò simbolicamente l’indipendenza a Venezia, trasformò la secessione in teatro e il teatro in consenso.

Il rapporto con Silvio Berlusconi fu il vero laboratorio della Seconda Repubblica: alleanza, ricatto, rottura, riconciliazione. Nel 1994 Bossi fu decisivo per portare il Cavaliere al governo; pochi mesi dopo lo fu altrettanto nel farlo cadere. Capì prima di altri che Berlusconi aveva bisogno della sua legittimazione territoriale e popolare, mentre lui aveva bisogno delle istituzioni e della potenza mediatica del Cavaliere. Si detestarono e si usarono. Poi si ritrovarono. E il suo peso sul berlusconismo fu enorme: senza Bossi, il centrodestra sarebbe rimasto un blocco televisivo e notarile; con Bossi divenne anche rivolta fiscale, pulsione antiromanocentrica, plebe produttiva elevata a soggetto politico.

Il punto, però, è che Bossi ha cambiato l’Italia. Ma peggiorandola. Ha sdoganato un linguaggio brutale, spesso insultante, talvolta apertamente razzista; ha insegnato che la complessità può essere sostituita dalla caricatura, che il Mezzogiorno poteva essere ridotto a bersaglio permanente, che il consenso si costruisce più facilmente offrendo un nemico che una soluzione. Prima di altri populisti, prima dei sovranisti di oggi, ha costruito la politica come semplificazione muscolare. E tuttavia, a differenza di molti eredi, aveva almeno una materia su cui lavorare: un blocco sociale vero, un territorio reale, una domanda di riequilibrio istituzionale non inventata nei talk show.

Per questo, rispetto a Matteo Salvini, Bossi era politicamente di un’altra pasta. Non più moderato, non più civile, non più raffinato. Ma politicamente solido. Bossi aveva un’ossessione; Salvini ha puntato su un algoritmo. Bossi rappresentava una parte del paese e le sue speranze, anche se egoiste; Salvini ha inseguito tutte le paure peggiori “nel” paese. Il primo era un capo tribale con una dottrina; il secondo è stato soprattutto un imprenditore dell’emozione pubblica. Non è un elogio di Bossi. È una constatazione impietosa sulla mediocrità di chi è venuto dopo.

La fine del Senatùr fu amara. Dopo l’ictus del 2004, che gli compromise parola e movimento ma non l’istinto del comando, continuò a dominare il partito fino al collasso del 2012. Le indagini sui rimborsi elettorali e sull’uso dei fondi della Lega per spese private travolsero la sua immagine di tribuno anti casta. Era la nemesi perfetta di chi aveva costruito metà del proprio consenso contro “Roma ladrona” e finì per vedere la propria casa politica accusata degli stessi vizi denunciati per anni. Poi vennero la lunga malattia, il corpo ferito, la voce spezzata, il lento ritiro.

Bossi lascia dietro di sé un paese più frammentato, più volgare, più incline a confondere la rappresentanza con l’istigazione. Ma lascia anche una lezione che la politica seria non dovrebbe archiviare con sufficienza: ignorare a lungo le fratture territoriali, sociali e fiscali significa consegnarle, prima o poi, a un demagogo. Lui lo fu, in modo pieno e spesso rovinoso. Però fu un demagogo che aveva intercettato un nodo vero della storia italiana. E questa resta la sua eredità più scomoda: avere avuto torto nei modi, e spesso anche nei fini, partendo da una domanda che la Repubblica non ha mai saputo sciogliere davvero.

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