Numero Zero è il primo ristorante inclusivo dell’Umbria. Il suo vino della casa nasce dalla collaborazione con la Cantina Cenci di San Biagio della Valle, a sud di Perugia: lo vendemmiano, lo imbottigliano e lo etichettano ragazzi con disturbi psichiatrici seguiti dalla Fondazione La Città del Sole
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C’è un ristorante, si chiama Numero Zero, e c’è il suo vino della casa sia bianco che rosso, quello che la maggioranza delle persone ordina per accompagnare la cena, l’Acino Zero. Il primo è un locale poco fuori le mura del centro storico di Perugia dove la metà della forza lavoro, sia in sala che in cucina, è composta da persone con problemi psichiatrici.
Un ristorante inclusivo nato nel 2019 da un’intuizione di Vittoria Ferdinandi – psicologa, oggi sindaca della città – e della Fondazione La Città del Sole Onlus, realtà che da anni lavora sul versante della psichiatria di comunità. Un’idea semplice ma non scontata: sottrarre le persone con disturbi psichici all’isolamento in cui il sistema tende a collocarle e metterle invece al centro di uno spazio pubblico, relazionale.
Il secondo, il vino, è arrivato qualche tempo dopo come sviluppo naturale di quella stessa logica: il lavoro come terapia, come strumento per ritrovare un contatto con quella dimensione sociale che anche mansioni come quelle di vigna e di cantina possono offrire.
Il progetto
«Da sempre la mia azienda agricola è anche fattoria didattica», racconta Giovanni Cenci, vignaiolo tra i più talentuosi della sua generazione la cui cantina si trova pochi chilometri a sud della città.
«Inizialmente ero stato contattato da La Città del Sole per provare a intraprendere una serie di attività qui in campagna con i loro pazienti, l’idea di produrre vino insieme è venuta successivamente. Sono cinque o sei anni che portiamo avanti questo progetto, ormai rodatissimo: i ragazzi e le ragazze, una dozzina circa, vengono a più riprese durante la stagione per fare la potatura e la scacchiatura.
Si occupano di alcuni filari, quelli che sono sempre dedicati alla produzione dell’Acino Zero. Poi ci rivediamo per la vendemmia, portiamo l’uva in cantina e o la pressiamo direttamente per il bianco o la mettiamo in macerazione per il rosso.
Tornano a più riprese nelle settimane successive, per le follature e soprattutto per l’imbottigliamento. Io sono responsabile di “curare” il vino ma è bello vederli così entusiasti, specie quando imbottigliamo».
Marco Cavallo
I ragazzi sono quasi sempre gli stessi, non necessariamente quelli che lavorano al ristorante. «In tutto e in base all’annata produciamo tra i 15 e i 20 ettolitri di vino», continua Giovanni. Il vino bianco ha in etichetta la “Nave dei folli”, allegoria che richiama un battello ubriaco che vaga attraverso le acque trasportandoli da una città all’altra, per allontanarne da ognuna il suo carico “insensato”.
Foucault descrive questa navigazione senza rotta come il simbolo di un comunitario rito di purificazione da quella paura che gli uomini hanno sempre avuto nei confronti del diverso, “perché il folle ricorda a ciascuno la sua verità”. La nave in etichetta esce dai margini, sfonda le barriere per rivendicare il proprio pezzo di mondo.
Il vino rosso riporta invece il “Marco Cavallo” di Vittorio Basaglia, scultura blu che è diventata simbolo della lotta a favore della legge sulla chiusura dei manicomi. Negli anni Settanta in quello di Trieste i ricoverati erano abituati a vedere un cavallo vero trainare all’interno della struttura il carretto della lavanderia, carico di profumo di biancheria pulita e di libertà.
Quando morì, fecero con il supporto di un collettivo di artisti una statua abbastanza grande da contenere tutti i loro sogni. Un’opera che tempo dopo venne trainata per Trieste, obbligando le persone a intuire quei sogni: un’etichetta che supera la soglia dello zero, il numero di chi non conta, e che rappresenta il desiderio di riprendersi la vita.
I terreni su cui si trovano le vigne della Cantina Cenci sono ricchi di travertino, roccia sedimentaria calcarea che dà ai vini della zona un’impronta peculiare in termini di finezza. Le uve biologiche. Le fermentazioni spontanee.
Ma sono davvero queste le informazioni che ci servono? O forse basta dire che si tratta di un’idea che fa il giro, che inizia e che finisce sulle tavole del ristorante da cui è partita? «Se tutti dedicassimo una piccola porzione del nostro tempo agli altri staremmo tutti meglio, staremmo tutti più in salute», chiude Giovanni.
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