La cover del primo Finzioni del 2026 è firmata da Altan. Francesco Tullio Altan è tra i maggiori autori italiani, tra satira, fumetto e illustrazione. Dopo gli studi tra Bologna e Venezia, lascia Architettura, si sposta a Roma e lavora tra scenografia, cinema e illustrazione. Nel 1970 parte per Rio de Janeiro, in Brasile lavora nel cinema, incontra la scenografa e costumista Mara Chaves e nel 1971 nasce la figlia Kika.

Nel 1974 esordisce su Linus con “Trino”. Nel 1975 rientra definitivamente in Italia (prima Milano, poi Aquileia, dove vive e lavora tuttora) e crea due personaggi destinati a entrare nella storia della satira e dell’illustrazione, Cipputi e la Pimpa, la cagnolina a pois rossi nata quasi per gioco, poi diventata un classico per generazioni, con libri, teatro e serie animate.

Accanto al lavoro per ragazzi, Altan porta avanti da decenni le sue vignette – apparse, tra gli altri, su Linus, Panorama, l’Unità, L’Espresso, il venerdì e la Repubblica – con una satira politica essenziale e illuminante, battute brevissime che puntano ai tic, alle paure e ai riflessi buffi degli italiani. Nel 2025 pubblica Fianco-dest! (Gallucci), raccolta con all’interno molte delle vignette dedicate agli ultimi anni della politica italiana, da cui è stata tratta l’immagine usata per la copertina di Finzioni.

Il suo ultimo libro Fianco-dest!, pubblicato da poco con Gallucci Editore, è una raccolta di vignette, molte dedicate agli ultimi anni di governo. Quando pensa queste vignette, questi lampi di satira, pensa più ai politici o alle persone che li votano?

Più alle persone che votano, certamente. Dei politici mi tocca occuparmene perché, a volte, sono talmente ingombranti che non c’è modo di lasciarli da parte. Però, in realtà, se sono lì qualcuno ce li ha messi, quindi siamo noi.

C’è una sua vignetta molto famosa, «Poteva andare peggio» «No». che ritorna molto spesso.

Quella la definisco la mia vignetta più ottimista.

Questa vignetta appunto sembra sempre coerente con i nostri tempi. Secondo lei come si fa a creare qualcosa che resti sempre attuale? Oppure, sono i tempi a essere sempre gli stessi?

Eh, purtroppo mi sono reso conto col passare degli anni che è quello, i tempi sono sempre gli stessi. Perché veramente delle volte ho delle sorprese anch’io quando riguardo cose vecchie di venti o trent’anni che si rivelano essere ancora buone. E quindi vuol dire che il mondo non è andato avanti. L’Italia soprattutto non ha fatto i passi avanti che si sperava facesse.

C’è mai stato un momento in cui si è detto «No, questo non lo dico/è troppo»?

No… a volte, ma solo per questioni di delicatezza. Ci sono dei temi dove non mi viene di cercare di far sorridere perché sono troppo seri. Per il resto però no, sul quotidiano, sulla politica, no, non ho avuto quel problema. Molte delle cose che «non si potrebbero dire»… è meglio non dirle.

Una domanda sulla sua vita, a livello lavorativo tutto è iniziato nel momento in cui si è trasferito a Rio de Janeiro. Come mai proprio lì?

Lì sono andato per caso. Un mio amico si era messo a fare produzione di cinema, ha avuto un incarico dalla Rai per fare un film sulla musica popolare brasiliana e mi ha proposto di andare con lui e con questa piccola troupe. Io ho detto di sì, perché quando si è giovani queste cose si fanno. Dopodiché sono rimasto in Brasile un anno, la prima volta, e non sono più tornato all’università dove stavo studiando architettura. Poi ho preso una seconda occasione e ci sono rimasto altri cinque anni in Brasile. Ma è del tutto casuale, è il caso.

Oggi, forse è sempre stato così, ma oggi lo sembra un po’ di più, la politica è un flusso continuo di comunicati stampa, polemiche, gente che si grida addosso. Lei non ha mai avuto voglia di dire “basta”?

Io con i telegiornali, queste cose qui, faccio una fatica enorme. Anche se è importantissimo per me, perché ovviamente è da lì che vengono gli spunti. Però sono di una noia pazzesca, non si sentono parole di pensiero, ecco, che abbiano dietro un pensiero. È tutto ripetuto a pappagallo.

Uno dei suoi personaggi più famosi, la Pimpa, è piena di grazia e gentilezza. Le è mai venuto in mente di portare quella grazia e quella gentilezza dentro le sue vignette?

Eh, non ci sta. Il carattere della Pimpa sta bene nel suo mondo. Forse la Pimpa ha il suo seguito di lettori per quello. E poi sono talmente tanti anni che ha la sua vita autonoma, insomma.

Secondo lei cosa direbbe la Pimpa del libro Fianco-dest!?

No, credo che non lo leggerebbe. La Pimpa legge poco, devo dire la verità.

La vignetta è un risultato di una enorme sottrazione. Com’è il suo processo? Come nasce una vignetta?

Nasce fondamentalmente da un’attenzione che uno deve avere per le cose che sente intorno e che vede. Ogni tanto succede che una cosa, o troppo ripetuta, o dei dettagli, insomma, ti fanno scattare un’idea. Proporre un punto di vista diverso su quello che passa come verità assodata. Da lì nasce tutto. Si parte con una specie di descrizione del fenomeno e poi si tolgono via le parole che non servono. Quando si arriva alla sintesi vuol dire che ci siamo riusciti.

Quindi c’è la necessità, come diceva, di proporre un punto di vista diverso?

Non credo più, col passare degli anni, che serva un granché nel senso di attacco al potere, potere economico. Però mi sono reso conto che invece serve a far sentire le persone un po’ meno sole, abbandonate nel mondo. Perché sapere che c’è qualcuno che la pensa come te conforta, in qualche modo.

Una domanda pratica, quanto tempo ci mette? In quanto tempo nasce una vignetta?

Impossibile prevederlo. Delle volte viene subito pronta perché scatta quella cosa in testa, oppure bisogna girarci intorno. Ultimamente il panorama è talmente confuso e senza punti precisi di riferimento che bisogna lavorarci un po’ di più per trovare un argomento. Poi l’esecuzione è molto veloce, perché il mio è un disegno semplice che faccio da talmente tanto tempo. Non ci perdo granché di tempo.

L’hanno definita in un sacco di modi: anarchico, comunista, poetico, dissacrante. C’è una definizione che le è piaciuta particolarmente?

No, non me ne viene in mente nessuna. Poi sono sempre molto rozze le cose dette con questo tipo di processi, insomma. Perché non lo so nemmeno io come sono, ecco.

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