Cresciuti con la promessa che avrebbero potuto avere tutto, i trentenni di oggi hanno visto quella prospettiva andare in frantumi. Una frattura interpretata dalla letteratura, che indaga cosa vuol dire diventare adulti quando una casa e un lavoro stabile sono diventati meno accessibili. Un viaggio da Malefica di Nicole Trevisan fino a Qualcuno da odiare di Ilaria Rossetti
- Questo articolo è tratto dal nostro mensile Finzioni, disponibile sulla app di Domani e in edicola
Quando nasce la categoria trentenni come la conosciamo oggi? Rappresentano un campionario umano definito da una serie di eventi catastrofici: l’Undici settembre, la crisi economica del 2008, la transizione digitale, la pandemia da Covid-19.
Trentenni letterari
Di loro, e quindi anche di me, so quel che ci hanno sempre detto: che sono parte di una generazione estremamente precaria, che sono i più istruiti della storia repubblicana, che però sono anche più poveri dei loro genitori. Cresciuti con la promessa che avrebbero avuto tutto e avrebbero potuto essere qualunque cosa, i trentenni – di oggi, almeno – hanno visto quella prospettiva andare in frantumi.
Una frattura di queste proporzioni non ha potuto fare a meno di essere inglobata e interpretata dalla letteratura che, mi pare, racconta come quell’età di passaggio si sia spostata sempre più in là. Per esempio, di recente ho scritto a un amico che non sentivo da molto tempo, al mio «How’s life?» ha risposto «You know, adulting».
Ecco, i 30 sono forse oggi quel che per la generazione dei nostri genitori erano i 20, ma vedo anche come questo confine sia diventato sempre più labile con il decennio successivo, nell’accesso alla casa, nella genitorialità. Era inevitabile, dunque, che proprio i trentenni diventassero il baricentro della trentesima edizione di Festivaletteratura.
Ippolito Nievo, a cui sono dedicati una serie di eventi e reading, è morto a trent’anni dopo una vita così piena che, a una generazione che ha fatto dell’incertezza una condizione esistenziale, deve apparire fantasiosa. Accanto, un percorso esplora un modo diverso di stare dentro a quel tempo breve, e si mette sulle tracce dei trentenni – del presente e del passato – per capire chi sono, di cosa hanno paura, se sognano ancora.
Cos’è un “adulto”
Cosa vuol dire diventare adulti quando le forme materiali dell’età adulta – una casa, un lavoro stabile, la possibilità di progettare – sono diventate meno accessibili? Molti dei giovani adulti che affiorano dalle pagine dei romanzi e si aggirano per Mantova sono proiettati sullo sfondo della provincia: quella del Veneto in cui torna la protagonista del libro Malefica di Nicole Trevisan (Fandango).
Oppure quella della Pianura Padana di Alessandra Castellazzi, La radura (e/o), dove il cambiamento climatico incontra il weird; e proprio a partire da questo lascito generazionale – il clima, l’ambiente – l’autrice si confronta con Bruno Arpaia, il cui Il mondo senza inverno (Guanda) segue la migrazione verso nord di un manipolo di persone in fuga da un’Italia a fuoco.
E la migrazione pure torna come argomento ciclico, spesso in quella forma edulcorata che separa i viaggi attraverso il Mediterraneo da quelli verso Berlino – o Copenaghen, Parigi, Barcellona. O Vienna, dove Luigi Chiarella in Risto Reich. Il lavoro del cameriere (Alegre) cerca di stringere quelle coordinate geografiche agli antipodi per tornare alla cerniera che è il lavoro, al diritto che lo contiene, alla dignità che deve seguirlo come un’ombra.
Il percorso raggiunge la sua massima elasticità negli incontri che affrontano due temi-specchio: il desiderio e l’odio. Il primo, quello carnale, esplorato attraverso la mascolinità e l’omosessualità, vede a confronto due autori nati a trent’anni di distanza che nei rispettivi romanzi utilizzano la vita online per raccontare violenza e dominazione.
Il secondo mette al centro la storia coloniale in Abissinia da cui parte il romanzo Qualcuno da odiare di Ilaria Rossetti (Guanda) e la Verona dell’inizio degli anni Ottanta di Massimo Cracco in Corpi di Cristo (Italo Svevo), per guardare, come in un colpo d’occhio, su quale odio la politica di ieri e di oggi costruisce il proprio consenso.
Forse è proprio questo il punto in cui Avere trent’anni – che è allo stesso tempo sintomo di una saggezza acquisita e il preludio di una stanchezza a venire – si sottrae alle celebrazioni anagrafiche, diventando uno spazio di negoziazione tra chi eravamo e chi stiamo diventando. E questo vale tanto per questo ciclo di incontri che per la manifestazione che lo ha ideato. How’s life, Festivaletteratura? You know, adulting.
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