MORGES – Robin Gunningham, in arte Banksy. La presunta identità del più famoso e misterioso artista contemporaneo è stata confermata venerdì 13 marzo da un’inchiesta dell’agenzia Reuters. L’ipotesi era già circolata in passato, ma adesso l’agenzia non ha alcun dubbio: quel signore di 52 anni, con gli occhiali fumé e i folti capelli brizzolati, è Banksy. Ed è quindi l’autore dei 16 graffiti realizzati nel garage della sede dell’ambasciata svizzera a Londra nel dicembre 2000.

«Si tratta della più grande collezione esistente di opere dello street artist» secondo Isobel Muir, curatrice della Tate Gallery e specialista dell’artista di Bristol. Una raccolta rimasta semi-nascosta per tutti questi anni: i 16 murales, alcuni dipinti a mano libera, con bombolette spray, altri usando la tecnica dello stencil, fanno parte di una collettiva di 47 opere realizzate da un gruppo di artisti su commissione dell’ambasciata svizzera nel Regno Unito. E se questa straordinaria collezione esiste, lo si deve all’idea visionaria di Wolfgang Amadeus Brülhart, ex addetto culturale della sede diplomatica, all’epoca 39enne, oggi ambasciatore.

Wolfgang Amadeus Brülhart, Galleria Hfstetter, Friburgo, Marzo 2026 (foto Dimitri Känel)
Wolfgang Amadeus Brülhart, Galleria Hfstetter, Friburgo, Marzo 2026 (foto Dimitri Känel)
Wolfgang Amadeus Brülhart, Galleria Hfstetter, Friburgo, Marzo 2026 (foto Dimitri Känel)

«Nel 1999 – ricorda Wolfgang Amadeus Brülhart – mi contattò un cittadino svizzero. Suo figlio diciottenne era uno street artist, noto come TSA, ma si trovava spesso ad avere noie con la polizia, a dover pagare multe per vandalismo. Insomma il padre mi chiedeva se potevo trovargli uno spazio legale in Inghilterra dove realizzare i suoi graffiti. L’idea di decorare il garage è nata così».

Programma culturale

Wolfgang Amadeus Brülhart ha quindi proposto all’ambasciatore Bruno Spinner di inaugurare il programma culturale intitolato New Generation con una grande collettiva di graffiti artists ai quali mettere a disposizione uno spazio decisamente underground: il parcheggio sotterraneo dell’ambasciata.

«L’ambasciatore Spinner fu coraggioso a dirmi di sì», sorride Brülhart, «e il progetto si inserì nel contesto della campagna Presence Switzerland, finanziata dal dipartimento federale degli Affari esteri. Tuttavia lo spazio fu concesso a due condizioni: che io fossi sempre presente durante i lavori e che nulla di illegale avvenisse in quel garage».

E così, con buona pace dei paradossi, per cinque notti un gruppo di artisti, due elvetici (TSA e Riga) e cinque o sei britannici (tra cui Chu, Snug e Bansky), considerati penalmente perseguibili fuori da quel parcheggio, sotto lo sguardo vigile non meno che entusiasta del diplomatico responsabile per la cultura, ha dato vita a un progetto creativo straordinario, perfettamente sostenuto dalle autorità, che hanno pagato le spese di viaggio ai giovani writers nonché il costo dei materiali per la realizzazione dei graffiti.

«La prima notte fu quella della pianificazione delle opere, il momento in cui gli artisti concepirono il loro intervento coordinato in quello spazio» dice Brülhart, chiarendo che questa è una delle ragioni per cui quel garage è una galleria davvero unica. Oggi si direbbe che le opere in quel posteggio sono tutte site-specific, pensate per inserirsi in quello spazio e dialogare con esso, al punto da esserne inseparabili.

C’è addirittura un dipinto letteralmente collaborativo. Si tratta di un’enorme faccia verde, che emerge da una nuvola blu cobalto, la cui fronte sembra attraversata da una freccia rossa (la quale altro non è che uno dei tubi che corrono lungo il soffitto del garage): una figura terrifica, con quella bocca spalancata che potrebbe inghiottire l’auto che si avvicina per parcheggiare, un’icona con cui Banksy, Chu e Snug hanno reso omaggio all’eroe svizzero Guglielmo Tell, eterno simbolo di resistenza popolare contro la tirannia. Il tema dei temi, il cuore del messaggio di tutta l’opera di Banksy, in quel garage come poi in Ucraina, a Napoli come a New York, ovunque un suo graffito sia apparso, l’espace d’un matin.

Il catalogo

Nel garage di Londra, colui che oggi possiamo chiamare Robin Gunningham – se non fosse che, secondo quanto ricostruito dai giornalisti di Reuters, l’artista ha ormai legalmente cambiato il suo nome in David Jones – ha realizzato le sue ultime opere a mano libera. Dopo il 2000, la tecnica dello stencil si è imposta anche perché consente quella rapidità di esecuzione necessaria a un’arte criminalizzata e a un artista che ha scelto l’anonimato.

Il catalogo Aerosol Paintings in the Swiss Embassy, London, un documento interno dell’ufficio federale Costruzioni e logistica stampato nel 2025, con testi di Wolfgang Amadeus Brülhart e Isolbel Muir, fotografie di Michael Franke, dà conto di un’operazione che ha dell’incredibile, in cui la controcultura ha potuto parlare e criticare il potere senza doversi nascondere. Ma il catalogo dà anche la possibilità di vedere dipinti rimasti pressoché sconosciuti fino a oggi, giacché il garage non era e non è visitabile. Tra le molte, Vulture Capitalists, una critica alla mercificazione delle idee.

Il 26 gennaio 2001 un grande happening, il Graffiti Party, ebbe luogo in quel garage. Trecentocinquanta invitati, ambiente da discoteca, t-shirt col logo disegnate da Banksy. Sotto le luci stroboscopiche, le fiamme dipinte nella parte bassa dei pilastri del garage, a lambire la riproduzione di icone pop come Mickey Mouse, o di simboli dell’arte mondiale come la Monna Lisa, dovevano rappresentare, secondo Isobel Muir, la vita breve, la natura effimera della pittura street art, che per poche ore brucia, illuminando il buio.

Qualche mese dopo il Graffiti Party, ai piani superiori della sede diplomatica londinese si è tenuta una riunione sollecitata dall’ambasciatore Bruno Spinner e dal suo addetto alla cultura Wolfgang Amadeus Brülhart: al tavolo street artist, rappresentanti del mondo politico e dirigenti delle forze di polizia. All’ordine del giorno l’impatto dell’arte dei graffiti nella vita democratica e il rapporto con le istituzioni.

Il 3 aprile 1996 Wolfgang Amadeus Brülhart aveva 35 anni; quel giorno ha lasciato la Svizzera per il suo primo incarico diplomatico. Destinazione i Balcani. «A 90 minuti dall’aeroporto di Basilea, nella Sarajevo del post-assedio c’erano distruzione e sofferenza inaudite – racconta oggi – Come svizzero sapevo che anche nella diversità la convivenza è possibile e la cultura, in tutte le sue espressioni, mi è sembrata lo strumento più efficace per costruire ponti».

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