«Ma perché noi?». Questa è stata la nostra prima onesta reazione quando ci hanno proposto di inaugurare “Cinema In Verde”, festival internazionale di cinema ambientale, a Roma dal 17 al 20 settembre.

Avranno equivocato sulla parola “transizione ecologica“, ci siamo dette mentre ci assaliva l’ansia da prestazione ambientalista tipica di chi non ha ancora capito se le ciglia finte esauste vadano nella plastica. Insomma, diciamocelo, di primo acchito, l’accostamento sembrava surreale persino a noi che della realtà ci siamo sempre fatte un baffo. Infine, con la calma trascendentale che solo una sessione di trucco di tre ore può regalare, ci siamo dette: «Ma perché NON noi?».

Battaglie interconnesse

Se c’è una cosa che abbiamo imparato in anni di attivismo è che le battaglie non vivono in compartimenti stagni. Non esiste lotta per i diritti LGBTQIA+ che sia separata dalla lotta per la giustizia sociale e viceversa, checché i detrattori del woke ne dicano; così come non esiste emergenza climatica che non sia, prima di tutto, una questione di (in)giustizia sociale.

Il cambiamento climatico non bussa certo alla porta chiedendo tessera di partito o orientamento sessuale, ma non può dirsi democratico, ovvero non colpisce tutti con la stessa intensità. Come ha scritto qualcuno – perdonate la scarsa memoria, ma se la fonte si riconosce ci avvisi e verrà citata – non è vero che siamo tutti sulla stessa barca, semmai siamo nella stessa tempesta, ma alcuni sono costretti a nuotare e altri hanno gli yacht. Poi, aggiungiamo noi, c’è chi la tempesta la alimenta, ci guadagna e ci sguazza persino. Ma questo è un altro discorso.

La crisi ambientale insomma è un moltiplicatore di disuguaglianze: a essere travolti sono sempre i soggetti più fragili, chi ha meno tutele, chi vive ai margini, chi ha meno risorse. È una questione di classe, di economia, di dignità e, se parliamo di diritti, quello al benessere climatico è forse il nuovo, fondamentale fronte dei diritti umani.

Habitat inclusivi

Noi stesse, in quanto creature dotate di un esoscheletro artificiale artisticamente notevole ma termicamente instabile, difficile da gestire in condizioni di umidità estrema, potremmo essere tra le specie più esposte al cambiamento climatico dopo gli orsi polari, poverini, che in quanto a pelliccia ci battono. Inoltre se il pianeta si scalda, il nostro habitat naturale, sotto le luci della ribalta, diventa un luogo inospitale quanto un iceberg alla deriva.

Ma al di là dell’ironia, che resta la nostra arma preferita per affrontare la vita, c’è un messaggio più profondo che vorremmo portare a questo festival. Parlare di ambiente oggi significa parlare di un futuro fin troppo prossimo, ormai presente, drammaticamente attuale, ma che comunque ci appartiene, a noi e a chiunque abbia il coraggio di immaginarlo diverso.

Perché il cinema è sì il luogo dell’immaginazione, ma anche della denuncia, del reportage, della verità, dell’arte che, per quanto scomoda – come può esserlo l’arte drag – ha il dovere di creare consapevolezza collettiva e magari stimolare quella responsabilità che sembra mancare alla nostra politica.

Inaugurare “Cinema In Verde” non significa solo presenziare, ma ribadire che la transizione ecologica deve essere, necessariamente, una transizione democratica egualitaria. Non serve a nulla pensare di salvare il pianeta se poi pensiamo di poter lasciare indietro qualcuno. La questione ecologica deve essere inclusiva, deve saper parlare a chiunque, deve essere trasversale e intersezionale.

La nostra presenza vorremmo fosse una testimonianza per ricordare che la speranza è un sentimento propulsore, vivo, attivo. Diciamo di più: la speranza è attivismo, è resistenza, è capacità di sporcarsi le mani – magari aggiustandosi il trucco – è volontà di continuare a camminare, sui gomiti o sui tacchi se necessario (non sappiamo dire cosa sia peggiore). Soprattutto adesso, che il sentiero è in salita, la direzione deve rimanere quella di un mondo più equo, più solidale e, speriamo, più fresco per tuttɜ.

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