Classifica piena di novità nella settimana del grande rito del libro nazionale al Salone di Torino: quella liturgia laica in cui editori, autori e lettori si danno convegno come se la salvezza della civiltà occidentale dipendesse davvero da una presentazione alle 18.30.

Al primo posto il più formidabile narratore dei nostri tempi, Emmanuel Carrère, con Kolchoz per Adelphi. Ci sono stati, nella sua infanzia, momenti di memorabile beatitudine: quelli in cui, in occasione dei viaggi del padre, a lui e alle due sorelle minori era concesso di trasferirsi nella camera dei genitori.

«Marina, che era la più piccola, dormiva nel lettone. Nathalie e io portavamo i nostri materassi o semplicemente mettevamo dei cuscini intorno al letto. A questo rito mia madre aveva dato un nome: fare kolchoz. Ci piaceva da morire fare kolchoz». Un rito laico che i tre fratelli, ormai adulti, ripeteranno nella camera di un hospice, raccogliendosi attorno alla madre per trascorrere con lei l’ultima notte della sua vita.

Sarà proprio Emmanuel a chiuderle gli occhi; e poco tempo dopo inizierà la stesura di questo libro. Che è al tempo stesso il grande romanzo familiare in cui Carrère ricostruisce la storia tormentata e avvincente come una saga di come la madre Hélène Zourabichvili – povera, orgogliosa e dal cognome impronunciabile – sia diventata la più influente storica francese dell’Unione Sovietica prima e della Russia poi, fino a essere eletta segretaria perpetua dell’Académie française.

È una struggente dichiarazione d’amore per questa donna dura, autoritaria, avida di riconoscimenti accademici e mondani, ma anche coraggiosa, tenace, generosa, di cui il figlio non nasconde ombre e asprezze, rendendole l’omaggio più esaltante che uno scrittore possa tributare alla propria madre: trasformarla in uno strepitoso personaggio romanzesco.

Il new romance di Karim B.

Al terzo posto, dietro il la la la littizzettesco per Mondadori, entra Tears on my pen drive, new romance di Karim B per Sperling&Kupfer. La protagonista si chiama Melodyah «Dya» Corner, ha diciannove anni, le cuffie permanentemente alle orecchie e un kit di sopravvivenza per ogni catastrofe immaginabile, zombie inclusi. L’unica eventualità non prevista dal kit è Kade Nox, che le strappa la borsa in una piazza di Beacon Hill e innesca, come da copione, complicazioni sentimentali di vasta portata.

L’autrice, che ha poco più di vent’anni e viene da una cameretta di provincia, ha costruito il suo pubblico nel modo in cui si costruiscono le comunità digitali: raccontando se stessa su TikTok finché la propria storia non è diventata la storia di molti. E i numeri confermano. Un caso di scuola dell’editoria contemporanea, cioè di quel momento in cui la cameretta sostituisce il master alla Holden, se non il dottorato a Oxford.

Io sono Adele, il romanzo di Csaba dalla Zorza

A seguire, Csaba dalla Zorza – sacerdotessa del galateo, apostola della mise en place – scrive il romanzo Io sono Adele (Marsilio). Adele Casagrande ha sessant’anni, un passato chiuso a chiave e la necessità, scoperta in ritardo, di essere felice. «Trasformare l’ordinario in straordinario», recita il manifesto. Dalla Zorza naturalmente sa come si apparecchia questa trasformazione: con cura, con lino buono, infrangendo le sue stesse regole.

Il romanzo civile e sentimentale di Veltroni e De Gregorio

Più sotto, due firme consolidate presidiano il territorio del romanzo civile-sentimentale con la sicurezza di chi conosce perfettamente il proprio pubblico.

Walter Veltroni, con Il bar di Cinecittà (HarperCollins), racconta di un barista che diventa amico di Mastroianni e Fellini, attraversa mezzo secolo di storia italiana – guerra, macerie, ricostruzione, Hollywood sul Tevere, declino televisivo. Veltroni è lo scrittore che l’Italia centrosinistra sogna di essere: generoso, nostalgico, innamorato del cinema. 

Concita De Gregorio, con La cura (Einaudi Stile Libero), scrive di una donna che un giorno d’agosto lascia una lettera ai figli – dove trovare le cose che non trovano mai, come i doposci fuori stagione – e se ne va per un po’. Per un po’ che potrebbe essere lungo. Non è il diario di una malattia, avverte l’autrice: è la testimonianza esatta che nessuno si salva da solo. De Gregorio scrive come respira: con precisione e senza pietà per se stessa. È una delle poche.

Una classifica, insomma, in cui convivono il genio e la formula, la saga familiare e il romance digitale, il galateo e la malattia, il bar e la Storia. Il Salone di Torino ha questa virtù consolante: ricorda ogni anno che i lettori italiani sono molti, diversissimi, e nessuno di loro ha torto del tutto.

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