Nel libro della psicoterapeuta, che da anni ascolta l’adolescenza italiana, si compie un piccolo rovesciamento crudele: a salvarsi sono i ragazzi. Gli adulti, no. Il volume dell’ex premier è molte cose insieme: autobiografia, memoria istituzionale, bilancio morale, manifesto e programma politico.
Primo posto nella classifica della settimana per Stefania Andreoli – psicoterapeuta che da anni ascolta l’adolescenza italiana – che debutta nel romanzo con Un’ottima famiglia (Rizzoli) e compie un piccolo rovesciamento crudele: a salvarsi, qui, sono i ragazzi. Gli adulti, no.
Dopo aver raccontato nei saggi genitori performativi, figli fragili, pedagogie ansiose e smarrimenti travestiti da premura, Andreoli porta la violenza non nel repertorio folkloristico della famiglia “disfunzionale” raccontata dalle cronache crime, ma dentro quella giusta, composta, ben arredata e educata. Il vero horror contemporaneo non abita più nelle case che urlano, ma in quelle che sorridono bene.
I Costa sono la famiglia esemplare, cioè la più sospetta. Non picchiano, non trascurano, non sbagliano tono. Amano, certo. Ma con quella specie di dedizione amministrativa che oggi scambiamo per cura. Il figlio come progetto ben riuscito, come estensione narcisistica, come certificato sociale di buona condotta. Si cerca il meglio per lui, ma quel meglio, fatalmente, coincide col nostro. L’apparenza, dice Andreoli, è diventata l’ottavo vizio capitale. E in effetti poche cose fanno più danni di una felicità obbligatoria.
Il romanzo parte da un fatto atroce: un bambino di otto anni, Filippo Costa, viene accoltellato. A raccontare è Giulia, diciassettenne, che conosce quella famiglia e ne ha perfino invidiato la geometria perfetta, soprattutto accanto ai propri genitori disastrosi. Ma è appunto questo il punto più perturbante del libro: il male non arriva sempre travestito da mostro.
Andreoli lavora bene proprio lì, nel passivo-aggressivo sentimentale della famiglia contemporanea, in quella zona opaca dove nessuno alza la voce e intanto tutti si fanno male. Un’ottima famiglia è un romanzo che incrina il grande mito del nostro tempo: non quello della famiglia autoritaria, che almeno si lasciava odiare, ma quello della famiglia relazionale, ragionevole, vegetariana e felicemente tossica. E forse è per questo che inquieta tanto: perché non parla degli altri. Parla di noi.
La primavera di Conte
Mai s’era cimentato nel test editoriale Giuseppe Conte che, con bella performance, si piazza direttamente al secondo posto. Primo nella saggistica, surclassa il libro Piemme di Calenda. Dalla provincia del Sud a Montecitorio, passando per università, tribunali e Palazzo Chigi, in Una nuova primavera (Marsilio) mette in scena se stesso come figura di educazione civile: il ragazzo serio che, quasi senza accorgersene, si trova a incarnare la Repubblica. Il libro è molte cose insieme — autobiografia, memoria istituzionale, bilancio morale, manifesto e programma politico.
Mentre interroga la storia, Conte ricostruisce gli snodi della sua ascesa professionale e politica, le riforme più osteggiate, la rottura con Beppe Grillo e l’arrivo alla guida del Movimento 5 stelle fino alle tensioni che hanno portato alla conclusione del governo Draghi, fino agli scontri con l’esecutivo di Giorgia Meloni. In un’operazione di ricollocamento simbolico: per chiarire che lui, in quell’accadere, aveva quasi sempre ragione. I successi nascono dalla sua visione, dalla tenacia, dal senso delle istituzioni; i fallimenti, invece, arrivano sempre da fuori: avversari, apparati, media ostili, opportunismi altrui, giochi di palazzo. Una fenomenologia dell’innocenza perseguitata.
Colpisce, per esempio, la rapidità con cui viene liquidata la stagione gialloverde, quella del governo con Matteo Salvini e della firma del primo decreto Sicurezza: poche pagine, quasi una pratica da archiviare.
Le pagine sulla pandemia sono rivelatrici. Conte insiste sul peso delle decisioni, sulla solitudine del comando, sulla drammaticità del contesto. Tutto vero. Ma l’emergenza viene spesso sublimata in prova morale. La cronaca si fa epopea. E la difficoltà delle decisioni conta più della loro qualità.
La saggistica
A seguire: il nuovo Rampini, Pane e cannoni (Mondadori), Crepet Riprendersi l’anima (Harpers Collins), Brondi Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte (Einaudi), Montanari La continuità del male. Perché la destra italiana è ancora fascista (Feltrinelli).
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