Il 18 febbraio del 1743, moriva nella sua Firenze, Anna Maria Luisa de’ Medici. Pochi anni prima, quando il Granducato di Toscana stava passando sotto la guida degli Asburgo Lorena, compì un atto straordinario che avrebbe segnato una svolta nella concezione e, diremmo oggi, nella gestione del patrimonio culturale.

Con il cosiddetto “Patto di famiglia”, l’ultima erede della potente casata di banchieri e mecenati fiorentini, lasciava l’intero patrimonio artistico e culturale dei suoi predecessori al popolo di Firenze e della Toscana, rendendolo inalienabile e stabile per «la pubblica utilità, l’ornamento dello Stato» e la sua capacità di attrarre in Firenze i forestieri.

Pare che fu proprio grazie a quest’atto che, di lì a qualche decennio, quando l’inviato di Napoleone “invitò” il direttore degli Uffizi a consegnargli le collezioni del museo per «restituirle al popolo», egli poté rispondere: «Non se ne incomodi l’augusto francese, quanto è in Firenze è già del popolo fiorentino».

Cultura e libertà

Non era una semplice querelle giuridica, ma l’affermazione di un principio: ribadire il ruolo dalla cultura quale presidio di libertà, anziché addomesticarla per legittimare l’uso della forza.
Al di là dell’aneddotica, il valore del “Patto di famiglia” va ben oltre il significativo effetto che ebbe, impedendo l’espoliazione di Firenze dai suoi tesori, e ci invita ancora a riflettere sul valore profondo che il patrimonio culturale ha per la comunità che lo custodisce.

Nella lungimirante scelta dell’ultima Medici, infatti, c’è la consapevolezza di quanto quell’insieme unico al mondo di opere d’arte, ma anche di mobili, gioielli, documenti e reliquie fosse così tanto legato alla storia e alla percezione di sé che Firenze e tutto il Granducato avevano elaborato nei secoli, da esserne uno degli elementi costitutivi dell’identità.

Il ruolo del mecenatismo

La Toscana medicea allora, e la Toscana di sempre, da allora in poi, non possono pensarsi se non figlie di una visione lungimirante. Era l’idea che il mecenatismo, inteso come promozione dell’arte e della cultura, fosse tra le prime missioni di chi regge la nazione e che la costruzione di una bellezza, per così dire “pubblica”, sia parte essenziale della legittimazione dell’autorità di chi governa.

Quel valore con cui i Medici costruirono il (loro) mondo andava oltre la somma dei singoli capolavori collezionati e restava, tutto insieme, vanto e decoro dello stato, ricchezza immateriale e materiale di un popolo, manifesto di un modello offerto all’intera umanità.

È facile pensare che quella bellezza, così totale e tanto diffusa da essere riconosciuta come un’ideale possibilità di rinascita per tutti, sia stata il terreno ottimale dove sarebbero germogliate le scelte di progresso civile e giuridico della successiva riforma leopoldina. La bellezza infatti, o meglio ancora la consapevolezza di esserne al contempo proprietari e destinatari, non educa solo a combattere la bruttezza estetica, ma insegna, in qualche modo, ad avversare anche la bruttura morale che genera degrado e abbrutimento.

L’idea che il patrimonio culturale sia da pensarsi sempre in relazione a una comunità che in esso si identifica e che lo custodisce di generazione in generazione sarebbe diventata, molti secoli dopo, il pilastro della Convenzione di Faro. Ma pochi ricordano che anch’esso è, per così dire, un dono di civiltà che il nostro paese ha fatto al mondo.
Tra i tanti anniversari che celebrano gli avvenimenti gloriosi o drammatici che hanno forgiato l’Italia moderna, allora, potrebbe essere significativo inserire il 18 febbraio per ripensare alla lezione dataci da un’intelligente donna toscana che insegnò alla sua città e a tutti noi come ingegno e genialità siano state e restino la ricchezza più grande del nostro paese, la dignità più alta con cui (ancora) possiamo guardare al futuro.


*direttore di Federculture 

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