Spegni il cervello è un saggio manifesto sulla necessità di far riposare la mente: è così infatti che si migliora il benessere psichico e fisico, la qualità del lavoro e persino l'efficienza. Ma per farlo bisogna sapersi fermare
Pubblichiamo un estratto di Spegni il cervello. Arte e scienza del riposo mentale (Ponte alle Grazie 2026, pp. 304, euro 16,90) del neuroscienziato Joseph Jebelli.
A sei anni, Abolfazl comprese il significato di kār, la parola che in persiano significa «lavoro».
Accanto alla madre, sotto gli archi e le cupole del Gran Bazar di Teheran, intuì che si trattava di qualcosa di importante. Di nobile.
«Kār tāj ast», diceva lei («Il lavoro è una corona»).
Intorno a loro, i mercanti lavoravano instancabilmente: vendevano di tutto, frutta e noci o scarpe di cuoio fatte a mano, spezie deliziose o abachi di legno o squisiti tappeti persiani tessuti a mano. In certi cantucci uomini anziani sedevano a gambe incrociate sui cuscini, sorseggiavano tè addolcito da zollette e scambiavano storie di re e di poeti persiani.
Un giorno, quando fu un po’ cresciuto, Abolfazl sentì suo padre russare nel lungo pisolino pomeridiano e si sentì in dovere di svegliarlo. Si avvicinò alla porta della camera da letto e tese la mano verso la maniglia, ma incontrò un’altra mano che gli bloccò la strada. Sua madre lo guardò con un’intensità che ricorda ancor oggi.
«Esterāhat kherad ast», disse lei ferma. «Il riposo è saggezza».
Il burnout
Quindici anni dopo, Abolfazl siede nel suo piccolo ufficio, in un grattacielo alla periferia di Bristol, in Inghilterra. Gli anni Ottanta, come molti dei suoi compatrioti, lo avevano trascinato nella vasta diaspora iraniana. Grazie al talento matematico, trovò un lavoro come programmatore informatico, si sposò, ebbe due figli e decise di diventare l’orgoglio della sua famiglia lontana.
Le giornate erano lunghe, scandite dal crepitare dei tasti, dai documenti impilati e dall’inconfondibile sensazione di essere osservato. Le interazioni erano minime, spesso limitate a e-mail concise e riunioni brevi e impersonali. Il posto delle pause per il tè, piene di racconti, cui aveva assistito in Iran, fu preso dalle solitarie visite al distributore automatico o da due battute davanti al bollitore nella cucina angusta. Il mondo nuovo era efficiente, sì, ma desolato.
Il tempo scorreva lento, le settimane si trasformavano in mesi, i mesi in anni. In breve, la monotonia lo debilitò e il lavoro estenuante cominciò a erodere la sua salute mentale. Quello che doveva essere il sogno di una vita migliore in Inghilterra si trasformò a mano a mano in un incubo a occhi aperti, fatto di stress e di esaurimento.
Il punto di rottura arrivò un pomeriggio qualunque, vent’anni dopo l’inizio della sua carriera, quando Abolfazl, mio padre, tornò a casa presto dopo l’ennesima, sfibrante giornata d’ufficio. All’epoca avevo soltanto quattordici anni ma nel momento in cui varcò la soglia mi accorsi che qualcosa non andava. Il suo solito sorriso stanco era scomparso, rimpiazzato da un’espressione di panico e di dolore travolgente.
Il ricordo di quel che seguì rimane confuso, ma rammento un urlo che non avevo mai sentito prima. Esagitato, scombussolato e profondamente depresso com’era, mio padre sfogò la sua frustrazione con mia madre, che, alle prese con il suo burnout, cercava di calmarlo.
«Devi soltanto riposare, Ab», ricordo che gli disse tra le lacrime.
«Non so neanche più come si fa a riposare», ribatté lui.
Si udì uno schianto.
Mi vergogno ad ammetterlo, ma avevo tanta paura che presi la bici e scappai.
Il giorno dopo, mio padre lasciò definitivamente il lavoro. Il medico gli diagnosticò un grave disturbo depressivo, probabilmente causato da superlavoro ed esaurimento, gli affibbiò certe pillole e gli disse di trovare il tempo per riposare – riposare davvero. Ora dorme per quasi tutta le mattina, parla pochissimo, fa pochissimo e prova a gestire la sua malattia un giorno alla volta. Tutto questo perché non è riuscito a seguire il consiglio di sua madre: deporre la corona e riposare.
L’importanza di fermarsi
Mi ci è voluto molto tempo per capire l’importanza del riposo. Da ricercatore all’Università di Washington, trascorrevo le giornate tra esperimenti di laboratorio, la stesura degli articoli e il tutoraggio degli studenti; finivo alle sette di sera, poi andavo di filato a un bar nei pressi per lavorare sulle sovvenzioni e al mio primo libro, fino alle dieci o anche alle undici. Era massacrante, e i miei obiettivi mi sembravano sempre irraggiungibili.
Spesso mi sentivo completamente distrutto.
Se mi guardo indietro, capisco perché mi costringevo a un carico di lavoro tanto pesante: sentivo una pressione immensa a raggiungere i miei obiettivi, pressione che mi ero autoimposto e che mi rendeva alquanto infelice. Ma ero in quella fase della vita in cui i luoghi comuni sembravano tanto importanti. Pensiamo che più corriamo meglio andranno le cose; che se lavoriamo sempre di più avremo successo.
Non c’è da stupirsi che quello stile di vita abbia avuto il suo costo, in termini di salute mentale e fisica. La mia memoria, la concentrazione, la creatività, le capacità cognitive si affievolivano, così che era sempre più difficile riflettere sui problemi che ero stato assunto per risolvere. La mia ansia saliva alle stelle, dunque si faceva sempre più arduo dedicarmi ai miei compiti, e le mie notti si fecero insonni, popolandosi di pensieri ossessivi. Il mio livello di energia crollò, lasciandomi spossato e scorbutico, il sistema immunitario s’indebolì, il che provocava frequenti raffreddori e mal di testa.
Avrei dovuto eccellere; ma in realtà ero un disastro.
Con il passare degli anni divenne chiaro che non avrei potuto sostenere quel ritmo all’infinito. Come mio padre, stavo andando incontro all’esaurimento e a un qualche grave disturbo mentale.
Il mio cervello inviava segnali allarmanti, ed era arrivato il momento di ascoltarli.
Così cominciai a ridurre le ore di lavoro. Smisi di rimanere fino a tardi solo perché mi vedessero. Smisi di lavorare quando ero malato per dimostrare il mio impegno. Smisi di fare tutto il possibile in nome di una bella figura quando, in verità, nessuno se ne accorgeva o se ne curava minimamente. Pian piano, cominciai a liberarmi della pressione del presenzialismo e del costante bisogno di raggiungere i risultati. Decisi infine di lasciare l’accademia e di dedicarmi alla scrittura a tempo pieno.
Assunto un atteggiamento più rilassato nel lavoro, la mia salute è migliorata profondamente. Dormo meglio, l’energia è tornata e mi ammalo molto di meno. Inoltre, ha spiccato il volo la mia capacità di concentrarmi, risolvere i problemi, pensare in modo creativo e scrivere in modo fluido. Fatto incredibile, sono più produttivo ed efficiente che mai.
© 2025 Joseph Jebelli
© 2026 Adriano Salani Editore – Milano ISBN 978-88-6833-913-5
Ponte alle Grazie è un marchio di Adriano Salani Editore s.u.r.l.
Traduzione: Vincenzo Ostuni
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