I social rapiscono l’attenzione delle persone, facendo perdere così, il contatto con la realtà. Perciò, a volte una semplice pausa può far bene. Poi si ricominciare ad aggiornare il feed di instagram, riavviando il ciclo di notifiche e messaggi in dm
- Questo articolo è tratto dal nostro mensile Finzioni, disponibile sulla app di Domani, sullo sfogliatore online e in edicola
Il primo giorno ti senti meglio. E non è solo che stai fisicamente meglio: in te inizia a diffondere la sensazione di essere proprio una persona migliore, come se avessi ricevuto un'illuminazione.
Fissando la mia faccia su zoom, nel corso della prima riunione del mattino, avevo notato un sorriso serafico che mi ricordava quello di certe persone appena rientrate da un lungo ritiro di yoga e digiuno in India. Guardavo i miei colleghi nella chiamata e mi sembravano stressati, nervosi, rigidi; le loro risposte erano scattanti, i loro gesti lasciavano trapelare ansia da performatività, mentre io – equilibrata e libera – ero tornata ad abitare il presente, con i muscoli del viso rilassati ei battiti del tutto regolari.
Stava succedendo? Ero già diventata migliore di loro? Li passavo in rassegna nei piccoli quadratini, sullo schermo, e non potevo fare a meno di provare una certa compassione.
A meeting terminato, la stanza era stata invasa da un silenzio ancestrale di cui non avevo mai fatto esperienza prima. Si provava questo a ritornare in contatto con lo spazio infinito? A pranzo ho ricevuto un messaggio dal mio fidanzato: Tutto bene? Hai visto quel video che ti ho mandato su instagram?
Niente più social
«Non ti ricordi?» ho risposto. «Ho lasciato i social». Emoji con aureola e mani giunte in segno di preghiera. Solamente ventiquattr'ore prima ero stata colpita da un enorme crollo e avevo deciso di farla finita con instagram e facebook per un po'. Perché non lo scrivi in italiano – “esaurimento nervoso” – direte? La verità è che in me non si era esaurito un bel niente, ma qualcosa doveva essersi rotto dopo una specie di merdastorm che mi aveva trascinata dritta verso il fondo. Il secondo giorno d'esilio, il silenzio si fa più ingombrante, al punto che diventa quasi una presenza fisica, un ospite.
A casa da sola il tempo a mia disposizione era aumentato, il che era veramente fantastico per scrivere, ma verso ora di pranzo mi ero resa conto di aver passato più di sei ore senza alcun contatto con altri esseri umani. Non un messaggio, non una chiamata, non un like di supporto o una parodia di Twilight, non un “amo noi”.
Mi sono chiesta se i miei amici si fossero accorti della mia dipartita dalle piattaforme oppure se – ipotesi tremenda – avevano pensato che li avessi bloccati per qualche ragione. Il terzo giorno la solitudine si fa insostenibile.
È stato allora che ho riaperto instagram e ho pubblicato un post a sfondo rosa shocking: hey, guardate che me ne vado via, sto lasciando il social in 3, 2, 1, no, non provate a fermarmi, sto bene, sto bene, niente di grave ma tutto si era fatto un po' too much.
Ho chiuso dicendo che potevo scrivermi su WhatsApp o sulla mail, ma quello che intendevo era: per favore, scrivetemi su WhatsApp o sulla mail. In realtà, i messaggi continuavano ad arrivare in DM, e io continuavo a rispondere. Il social mi teneva dentro mentre cercavo di spiegare perché non sarei stata più sul social. Quando il mio fidanzato è rientrato dall'ufficio quella sera, io stavo ancora raccontando i fatti di qualche giorno prima a una sconosciuta che mi aveva chiesto solo “come stai?”
Tutto era cominciato con il lancio dell'ultimo album di [popstar molto famosa]. Il disco mi era sembrava un ricettacolo di metafore kitsch e slogan da tradwife che riavvolgevano e cancellavano tutte le narrazioni di fragilità e di emancipazione femminile che mi avevano fatto affezionare a lei. La sua svolta conservatrice proprio non mi andava giù: non la sopportavo, non riuscivo ad accettarla, ma più esternavo il mio disagio, commentando uno dopo l'altro tutti i post che mi trovavo a tiro, più l'algoritmo del social provava a tenermi dentro mostrandomi foto della popstar col futuro marito e un anello gigantesco al dito, come se fosse sempre stato quello l'obiettivo finale, l'aspirazione principale della sua vita: essere scelta, essere salvata da un uomo.
Centinaia di notifiche
Non c'è voluto molto perché i miei commenti venissero intercettati dalle [vere fan di popstar molto famosa]: entro la fine della giornata centinaia di messaggi inferociti mi avevano raggiunto per augurarmi la morte sia in pubblico che in privato.
Il dibattito sembrava non finire mai, ma io non avevo nessuna intenzione di lasciare alle [vere fan] l'ultima parola. Di conseguenza, la notte non riuscivo neanche più a riposare: sognavo solo lo scroll infinito e centinaia di notifiche che faticavo a leggere perché nel sogno non potevo mettere a fuoco il telefono. Per minerale. Di giorno invece sono arrivate la nausea e l'irritabilità. Su internet è pieno di blog e articoli di giornale che parlano di persone che lasciano i social a causa di un burnout; alcuni di questi suggeriscono di elencare i motivi per cui ce ne stiamo andando, prima di cancellare tutte le app. Il mio disagio? Non riuscendo a uscirne, frustrata com'ero dalla ricerca di una conversazione civile con utenti che invece rispondevano solo per slogan e insulti. «Benvenuta, è così da almeno dieci anni» mi ha fatto notare M., la mia amica saggia che ne sa a pacchi di come si vive su internet. «Ma non devi essere troppo drastica. Quello che ti serve è solo una bella pausa, quando torni, però, concentrati solo sui gattini. I gattini non faranno mai maschio a nessuno».
Non aveva tutti i torti e ho deciso che avrei fatto come suggeriva.
La verità è che non mi sono mai sentita tanto miserabile come nei giorni in cui sono rimasta fuori dai social. Mi sembrava di non sentire i miei amici da secoli e programmare una telefonata era tanto faticoso quanto organizzare un veglione di Capodanno. Tutte le volte che invece riuscivo a incontrarli, passavo il tempo a raccontare quanto fossi felice senza i social e come mi sentissi libera, salvo poi informarmi sulle storie delle Kardashian o sull'ultimo post dell'account “Kendall Roy Looking Sad”, come una ragazza che stava ancora troppo sotto al tipo che l'aveva mollata. I social mi mancavano: mi mancavano i meme, le parodie dei vecchi emo, i commenti un po' stronzi sui red carpet, la complicità che si instaurava con le persone mandandosi contenuti a vicenda, senza necessariamente trovare qualcosa di importante da dirsi.
Mi sono concesso di ritornare online in punta di piedi, sotto Natale, giusto in tempo per i listoni di fine anno, e nel giro di pochi secondi dal primo scroll, il mio corpo è stato invaso da un'ondata di gioia infantile.
Una piccola pausa
Ne era valsa davvero la pena scegliere la strada dell'esilio forzato? Ero davvero stata – per quel breve arco di tempo – una persona migliore di quelle che invece erano rimaste? Non era importante saperlo. Contava solo il presente, e nel presente sì, che mi sentivo diversa. Più consapevole. Mi era bastato uscire fuori dalla caverna per tornare dentro a godere del fuoco e della compagnia senza sentirmi in trappola.
Un po' emozionata ho cliccato in basso sulla barra di ricerca di instagram per vedere cosa mi proponeva l'algoritmo dopo quasi un mese di assenza. Si trattava di un vero e proprio miracolo: di [popstar molto famosa] pochissime tracce, un paio di reel Millennial vs Gen Z e poi solamente gattini.
Sorridendo, ho distribuito i miei primi like ed ecco che lo schermo si è popolato di altri gattini. Un oceano infinito di gattini: dal petto bianco e dal nasino rosa, zampette di gattini, miagolii di gattini, gattini visti dall'alto, da dietro, da sotto. Gattini, gattini, gattini, gattini, gattini, che crescevano in dolcezza a livelli esponenziali a mano a mano che procedevo con lo scroll.
I musetti dei gattini erano la cosa che mi emozionava di più. O forse quelle zampine con le gommine rosa? Un secondo pensavo di preferirli a pelo lungo, ma l'attimo dopo mi pentivo, mi fustigavo, concedevo come a tutti quelli tigratini a pelo corto che spingevano bicchieri oltre il bordo del tavolo oppure si rotolavano tra le lenzuola. Una giornata – ho scoperto – non era lunga abbastanza per amarli tutti.
Quando M. mi ha mandato un vocale per sapere dove fossi, mi sono resa conto di aver completamente dimenticato il nostro appuntamento. «Ho un raffreddore fortissimo» le ho detto. «Scusami, sto malissimo, ti scrivo appena mi riprendo». Poi mi sono affrettata a riportare il dito sullo schermo. Prima o poi i gattini sarebbero finiti, e allora io sarei tornata libera.
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