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«Io in una cucina non ho mai vissuto davvero: ho iniziato ad amarla solo quando qualcuno mi ha dato gli strumenti giusti». Queste sono le parole di Elena Rasia, giornalista bolognese di 33 anni affetta da paralisi cerebrale infantile e da un disturbo del neurosviluppo noto come FASD, Sindrome feto-alcolica. «Sono in carrozzina dalla nascita perché non ho equilibrio e ho anche difficoltà di movimento. Anche se parlo bene, la gente può confondersi rispetto al mio disturbo», racconta Rasia.

Nella sua vita tutto è cambiato 2 anni fa quando ha incontrato Andrea Del Bino, ex cuoco classe 1991, che le ha fatto conoscere un mondo per lei totalmente nuovo. «Il primo regalo che mi fece fu uno spacca-uova che mi permetteva di aprire un uovo con un semplice gesto della mano. Usando sistemi come la vasocottura e strumenti diversi, come il microonde o la friggitrice ad aria, abbiamo iniziato a cucinare insieme», ricorda.

La storia di Elena e Andrea è la storia di tante ragazze e ragazzi, donne e uomini che vivono in case dotate di cucine che rappresentano vere e proprie barriere architettoniche, tra piani troppo alti, pensili fissi e forni inaccessibili. Una difficoltà che interessa ogni giorno milioni di cittadini: l’Istat ha infatti evidenziato come nel 2025 fossero presenti in Italia 2,9 milioni di disabili, una cifra che rappresenta poco più del 5 per cento della popolazione totale.

Un mondo che sembra ancora trascurato da chi fa programmi di cucina. «Hai mai visto un disabile nella cucina di Masterchef? Se venisse creata una cucina in cui può lavorare una persona in carrozzina, perché non dovrebbe partecipare?», si chiede Del Bino.

Una cucina per tutti

Non mancano però gli esempi e i modelli di cucine dove a dettare le regole non è il mobile ma il corpo che le abita. Un esempio è il progetto degli architetti Bernardino Pittino e Renzo Baldanello del 1998, uno dei primi casi di cucina industriale pensata per essere accessibile a persone con esigenze motorie diverse. «L’idea è nata da un bando di concorso della Fondazione Don Gaudiano di Pesaro, che si occupa di disabilità. Avevano bandito un concorso per cucine per disabili, riservato ai designer maturi: eravamo interessati al tema, occupandoci di ergonomia e di problematiche legate alla disabilità e abbiamo partecipato», racconta Pittino.

Il loro progetto vince e Scavolini decide di produrlo in serie e venderlo con il nome di Utility System. «Non ci interessava fare una cucina per disabili, ma rendere questo spazio fruibile e accessibile a tutti, immaginando degli apprestamenti per delle cucine di serie. L’idea era fornire una serie di accessori e pezzi speciali che potessero rendere la cucina accessibile sia a una persona sulla sedia a rotelle che a una seduta su una sedia oppure a uno alto due metri.

Per questo abbiamo immaginato soluzioni come piani senza basi sotto, in modo da riuscire ad arrivare con la carrozzina; zoccoli di varie altezze; elettrodomestici posizionati più in basso per chi è in sedia a rotelle; piani di lavoro regolabili a varie altezze e utilizzabili da tutti», sottolinea. Una cucina in cui le parole d’ordine sono regolabilità e accessibilità, come dimostra la presenza di un accessorio «che permetteva di trascinare la pentola dal piano di cottura al lavello, utile per chi non ha la forza di sollevarla, e di un pensile dotato di un meccanismo per abbassare e alzare le mensole, azionabile con telecomando», ricorda Pittino.

Non era il solo: «Nei progetti si vedono piani angolati per permettere a una persona seduta di lavorare ruotando di 180 gradi, superfici leggermente arretrate al centro per potersi inserire e avere sui lati dei piani d’appoggio e anche piani estraibili dal mobile», evidenzia. Soluzioni tutte estremamente concrete per Pittino che però ricorda come dovessero «sottostare a logiche di produzione industriale. Con i nuovi mezzi oggi forse avremmo progettato qualcosa di diverso».

Utensili e soluzioni

Rispetto al progetto del 1998, le cucine sono notevolmente cambiate e diventate ancora più adattabili. Tra le tante realtà attive in questo settore c’è Cucinabile, progetto e marchio di Allmobility, una cooperativa sociale di tipo B per l’inserimento lavorativo di persone affette da disabilità e fondata da due ragazzi disabili nel 2004.

«Il nostro lavoro si basa sull’estrema personalizzazione della cucina: la cucina si può disegnare da zero regolando l’elevazione in altezza del top e lo spazio sotto per le gambe, la presenza di eventuali meccanismi anti-schiacciamento ed eventuali misure personalizzate per top e lavabo. La cucina può inoltre essere dotata di piatti di sicurezza e faretti di illuminazione, con la possibilità per l’utente di utilizzare pulsanti di attivazione azionabili con app o con Bluetooth», dichiara Paolo Pivello, ad di Allmobility.

La tecnologia è importante, «ma in alcuni casi può anche complicare. I touchscreen, per esempio, hanno creato problemi enormi a chi non li usa bene. Deve essere un elemento abilitante, non un fine», evidenzia. Non mancano anche gli utensili: come sottolinea l’ad di Allmobility, «abbiamo 10 tipi di piatti adattati, 20 tipi di posate adattate, taglieri appositi, piatti per emiplegici con ferma-alimenti, posate orientabili a destra o a sinistra, posate in silicone per chi ha tremori e rischia di ferirsi alla bocca».

Dietro la progettazione di simili utensili ci sono associazioni no-profit come Hackability, realtà torinese molto attiva sul tema dell’accessibilità al cibo per le persone disabili e che conta diversi progetti in materia. «Ogni disabilità ha i suoi problemi specifici: i ciechi, ad esempio, hanno problemi nell’uso del touch screen e per questo abbiamo lavorato su mascherine che ne facilitino l’uso.

Per altri, invece, ci sono problemi di presa: in quest’ambito abbiamo diversi progetti di design for reach, cioè soluzioni su misura sviluppate grazie alle stampanti 3D», sottolinea Carlo Boccazzi, presidente di Hackability. Soluzioni economiche, facili da realizzare e adattabili alle esigenze di ciascuno: «Non ci sono due persone uguali alle altre: ad esempio, se hai problemi a tenere in mano una forchetta studieremo il modo migliore per fartela impugnare anche se l’oggetto, che sarà per forza di cose diverso dagli altri, risulterà stigmatizzante», evidenzia.

Tra i tanti oggetti progettati, come forchette, coltelli e portacoltelli, ce n’è uno da menzionare per il presidente di Hackability: «Il primo che abbiamo realizzato è stata l’impugnatura per una forchetta per Ivan, un ragazzo con problemi di presa.

Lui la usava attaccando della gommapiuma al manico con lo scotch: noi gli abbiamo realizzato un’impugnatura stampata in 3D, in termoplastica, molto ingrandita. È stato un progetto importante, perché abbiamo capito che era fattibile, economico e molto semplice. Siamo partiti da un bisogno specifico e abbiamo trovato la soluzione».

Per un racconto diverso

Per Elena Rasia e Andrea Del Bino, però, la cucina non è solo una questione di strumenti: è anche una questione di sguardo. «Molte persone con disabilità non hanno mai cucinato se non in laboratori dedicati, dove però non partecipano davvero in prima persona.

Si parla tanto di vita indipendente per le persone con disabilità: se proposta bene la cucina è il primo passo per dire: “Che bello questo piatto che sto mangiando, l’ho realizzato io”. Se invece viene proposta nel modo sbagliato, come spesso accade, può diventare frustrante», racconta Rasia.

Per questo hanno avviato un progetto, presente sui social come @OpenAccessibleCooking che mira a fare cultura e a sensibilizzare sulla cucina per persone con mobilità ridotta cucinando insieme a ospiti noti.

Come evidenzia Rasia, «dopo esserci fermati a causa di un incendio, presto riprenderemo a fare reel: la speranza è che facciano tante visualizzazioni e porti la gente a dire “Ok, posso farlo anch’io”. Sarebbe bello vedere un giorno su Instagram, dove ci sono sempre tante persone che cucinano, anche coloro che sono affetti da disabilità ai fornelli».

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