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«Peel slowly and see», ovvero «Sbuccia lentamente e guarda». Era il 1967 e sulle prime copie dell’esordio della band di Lou Reed, The Velvet Underground and Nico, si scorgeva un adesivo rimovibile con questa scritta allusiva. Era rivolta a una delle copertine più celebri della storia del rock: la banana gialla su sfondo bianco firmata dal pop artist Andy Warhol. Sotto lo sticker, si nascondeva una scandalosa banana color rosa carne, con tutta la sua carica provocatoria.

A partire dal banana album, il potere simbolico del cibo ha fatto irruzione in decine di copertine musicali, dalla black music al pop anni Sessanta, fino alla scena hip hop del nuovo millennio. E come spiega Bruno Surace, semiologo dell’Università di Torino, ha a che fare «con l’ideologia della prosperità degli Stati Uniti post-’45, che spesso le copertine hanno parodiato, sfruttando al tempo stesso il suo potenziale di consumo».

Banane e panna montata

Il capolavoro dei Velvet Underground, nato nella Silver Factory di Andy Warhol, è l’esempio perfetto di come con l’esplosione del marketing e le sperimentazioni della controcultura le copertine musicali fossero diventate opere d’arte, «sempre più seducenti ed efficaci», come spiega lo scrittore Luca Fassina nel libro Vino/Vinile.

Lo stesso anno, uno dei fab four di Liverpool, Paul McCartney, trovò nel quadro Au revoir di René Magritte l’ispirazione per la mela verde del logo della Apple Records, la nuova etichetta discografica dei Beatles. Mentre i Rolling Stones scelsero l’iconica torta surrealista della pasticciera Delia Smith per la copertina di Let It Bleed (1969), oggi esposta al MoMA di New York.

La potenza visiva della banana di Warhol, specchio dell’irriverenza del disco, non è l’unico caso di allusioni sessuali a sfondo culinario: due anni prima gli scaffali dei negozi di vinili furono invasi dal nudo con panna di Whipped Cream & Other Delights, degli Herb Alpert & The Tijuana Brass. Su sfondo verde, la modella Dolores Erickson posa cosparsa di panna montata, dal seno in giù. Ha in mano una rosa rossa e ci guarda ammiccante, mentre porta l’indice alle labbra.

Siamo negli anni del boom e della rivoluzione sessuale, con la malizia innocente della ragazza pin-up - detta anche cheesecake - che incontra l’erotismo esplicito di riviste come Playboy. Precisa Surace: «È un’oggettificazione del corpo femminile, ma con l'intelligenza di ribaltare il discorso in senso tragicomico, per denudare il re. “Vi piace consumare cibo voluttuoso, vi piace la mercificazione della musica e dei corpi, allora prendetevene la responsabilità”». Nel 2010, la popstar californiana Katy Perry renderà omaggio alla copertina di Whipped Cream, posando nuda tra le nuvole di zucchero filato rosa di Teenage Dream.

Soul food e identità nera

Gli anni Sessanta sono stati anche gli anni della black culture. Il re del funk, James Brown, cantava Say It Loud, I'm Black and I'm Proud, mentre in ogni angolo degli Stati Uniti veniva gridato a gran voce lo slogan black is beautiful, in una «febbre di affermazione», come disse lo scrittore afroamericano Hoyt Fuller. Sulle copertine musicali trovarono spazio simboli e radici identitarie, a partire dal soul food, la cucina delle comunità nere del Sud durante lo schiavismo, composta da ingredienti poveri ma carichi di orgoglio.

Un esempio arriva dal tastierista jazz Jimmy Smith, con la pubblicazione nel 1961 dell’album Home Cookin’. In copertina, il fotografo Francis Wolff lo ritrae di fronte a Kate’s Home Cooking, un ristorante di soul food di Harlem frequentato dai musicisti dell’Apollo Theater.

Passiamo al 1975, con Chocolate Chip di Isaac Hayes. Qui l’orgoglio afroamericano, di cui il soulman di Memphis divenne portavoce, porta in primo piano la sensualità dell’artista-personaggio. L’album si presenta con il volto del cantante nell’ombra, con in mano un biscotto con gocce di cioccolato morsicato: desiderio e dolcezza, per una copertina in cui convivono il soul food, l’invito al consumo e il fascino di Hayes.

Tavole calde e junk food

Il filo rosso che lega le immagini della popular music alle logiche contraddittorie del marketing e del consumismo di massa è evidente nel disco rock The Who Sell Out (1967), in cui i londinesi Who si “svendono” al grande pubblico: in copertina, il cantante Roger Daltrey è immerso in una vasca di fagioli in scatola.

Un altro esempio di ironia anticapitalista arriva dal 1979, con Breakfast in America dei britannici Supertramp. Una cameriera svetta al posto della Statua della Libertà nello skyline di Manhattan: un succo d’arancia sostituisce la celebre fiaccola, mentre il libro diventa un menù da tavola calda.

Nel mondo dell’hip hop, invece, troviamo una riappropriazione culturale del cibo di massa per eccellenza, il junk food. «La sua mitologia si costruisce dalla strada, dalla marginalità, dall'orgoglio di dichiararsi reietti. Così il cibo spazzatura, che la società scarta e associa a valori negativi, diventa identitario», dice Surace. Si pensi all’esordio dei Fat Boys a metà degli anni Ottanta, in cui i tre sono immortalati mentre stanno per addentare una pizza gigante. Oppure al concept album MM..Food (2004) del rapper mascherato MF Doom, in cui lo vediamo intento a mangiare latte e cereali.

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