Il capolavoro dello scrittore triestino ha compiuto quarant’anni: non è semplicemente un libro di viaggio, ma è un testo sul viaggiare in un tempo in cui i riferimenti sembrano tutti cadere e sciogliersi l’uno dopo l’altro sotto il sole di un tempo nuovo che però non sarà quello dell’ingenua e crudele utopia del sole dell’avvenire
L’esordio letterario di Claudio Magris avvenne nel 1984 con Illazioni su una sciabola, un racconto lungo incentrato sulla figura del generale cosacco Pëtr Nikolaevič Krasnov che durante la Seconda guerra mondiale collaborò con i nazisti in Friuli con la promessa di fondare il Kosakenland, una nazione indipendente cosacca. Claudio Magris scavalca così per la prima volta il confine che allora in particolare separava fortemente la letteratura dalla saggistica. Il centro del racconto è la cecità della storia, tema che diverrà ricorrente nell’opera di Magris.
Ma ecco che nel 1986, l’appartato professore triestino, stupisce lettori e critica con un testo che segnerà non solo la sua carriera di scrittore, ma l’idea stessa di letteratura in quel fine secolo che vive strappato il proprio tempo tra il Novecento e un futuro che appare inevitabilmente post ideologico. Danubio, oggi splendido quarantenne, non è semplicemente un libro di viaggio, ma è un testo sul viaggiare in un tempo in cui i riferimenti sembrano tutti cadere e sciogliersi l’uno dopo l’altro sotto il sole di un tempo nuovo che però non sarà quello dell’ingenua e crudele utopia del sole dell’avvenire, ma quello di una tecnologia che trasforma gli ultimi residui del viaggio in turismo e quel poco che resta della conoscenza in un’architettura così precisa da divenire soffocante.
Infatti l’altro elemento che insieme alla cecità della storia appare presente in Illazioni su una sciabola e che diviene determinante in Danubio, è quello dell’anacronismo della storia. L’umanità e più precisamente quella parte di mondo che si è abituata a definirsi come occidentale, chiude il Novecento scivolando fuori dalla storia. Il secolo delle ideologie esce così sconfitto da un flusso e da un movimento che esclude sempre più pratiche ormai prive di ogni possibile appiglio con la realtà.
Da incanto a presenza
Scrive Claudio Magris in apertura di Danubio: «È confortevole che il viaggio abbia un’architettura e che sia possibile portarvi qualche pietra, sebbene il viaggiatore sembri non tanto uno che costruisce paesaggi – ufficio del sedentario – quanto uno che li smonta e li disfa, come il barone von R. Di cui narra Hoffmann, che girava per il mondo facendo collezioni di panorami e, quando lo riteneva necessario per godere o per creare un bel colpo d’occhio, faceva segare alberi, sfrondare armi, spianare gibbosità del terreno, abbattere interi boschi o demolire fattorie, se ostacolavano una visuale».
Ecco l’uomo visivo e post letterario che diviene da utopico a pienamente reale, trasformando l’incanto in una forma di ossessiva presenza: la scoperta come diretta occupazione della visuale prima ancora che dello spazio. Si può certamente protestare per delle pratiche che oggi albergano in ogni turista che si presume viaggiatore, ma in ogni selfie prende inevitabilmente corpo il Barone von R. in forma d’infiniti eserciti. Al viaggiatore costretto tra la costruzione dell’immaginario e la decostruzione del reale, non resta che vergare appunti, liberare riflessioni sparse e dare forma all’incanto attraverso l’imprevisto del pensiero che precede il paesaggio.
Un movimento quello di Danubio per nulla caotico, ma rizomatico, in quanto capace di ridefinire gli spazi, tanto più in quel fine Novecento che segna la fine dei confini, la caduta del Muro di Berlino e la fioritura di un inedito e sorprendente spazio europeo oggi non solo in crisi, ma considerato un peso e un impedimento a quel sogno di un libero viaggiare dei popoli che lo generò.
Danubio è senza ombra di dubbio il romanzo di un’Europa che si volle unita seppure in ordine sparso. Il sogno di un realista utopico che con i piedi ben piantati sul terreno avanzava nella storia ricreando il senso e i motivi di un futuro condiviso e comune, oltre le retoriche di una fine del tempo storico sempre preannunciata da chi cerca una scorciatoia o peggio ne giustifica la violenza. A quarant’anni dalla pubblicazione di Danubio, l’Euro Balkan Film Festival ha conferito martedì 3 novembre a Roma, alla Casa del Cinema, il Premio Ismail Kadaré per la cooperazione culturale eurobalcanica a Claudio Magris. Per un libro di viaggio che è il romanzo della fine di un secolo. Un testo che privilegia quella giusta distanza sempre necessaria per mettere a fuoco un luogo trasformando così l’immagine in parole la cui lettura sa mostrare ben più del semplice e attonito vedere.
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