Non vi sarà più notte di Leonardo Colombati, tra i 79 proposti per lo Strega, è un romanzo ambizioso. La storia di Vasilij “Baz” Kozlov mescola realtà e finzione, un’odissea in cui la linea del tempo si spezza
Una linea multicolore si staglia al centro della copertina nera. Una rappresentazione potenziale che punta all’estrema esattezza, il titolo del resto offre un’ipotesi insonne – Non vi sarà più notte (Mondadori) – che come tale potrà essere segnata da gioia e amore quanto da noia e dolore. Uno spazio buio infinito dentro al quale l’ultimo massiccio e potente romanzo di Leonardo Colombati offre una possibile visione del Novecento, anzi una perlustrazione sotto forma di biografia o meglio di autobiografia, quella di Vasilij “Baz” Kozlov.
Perché come indicato nell’appendice che chiude il romanzo, di cui è parte fondamentale, Colombati non è altro che un curatore, con tutte le declinazioni che questo può comportare. Come quella ovvia di Colombati che diviene conseguentemente in quanto parte della finzione, personaggio del suo stesso romanzo.
Il viaggio
Kozlov, 18 anni appena compiuti è un promettente campione di tennis dotato di un’incredibile fiducia nei confronti dell’umanità. Siamo nel 1900 e la sua storia prende una direzione che va dalla Russia verso un ovest ricco di possibilità, quello dell’Europa e dell’America. Il Novecento ai suoi primi bagliori sembra contenere dentro di sé tutta l’epica e il romanticismo del secolo che l’ha preceduto, sarà la tecnica ad obbligare a un cambio radicale di sguardo, e quella linea che compare in copertina e che sembra apparire sottile si espanderà non a caso sul voluminoso dorso del libro restituendo uno spazio inedito e al tempo stesso antico, quello di un secolo capace di una ferocia senza precedenti.
Non vi sarà più notte è un romanzo sulla fine di un’illusione durata poco meno di 250 anni, quella dell’esistenza di una linea del tempo che permettesse di dare corpo a un percorso per quanto accidentato pur sempre lineare. Una cronologia analogica che la tecnica fa saltare per aria. Inizialmente la guerra si compie come una battaglia classica, quella intesa come cappa e spada che diviene nella Grande Guerra pur sempre una questione di baionetta e trincea: ultima occasione del corpo a corpo.
Una lotta fisica fatta di dialetti e lingue di luoghi lontani, di compagni e di avversari da uccidere per obbligo e per necessità senza nemmeno sapere di strategia e di tattica. Poi verrà invece la scomparsa del corpo che nella seconda parte del secolo si tramuta in cenere, frutto radioattivo della sua stessa esplosione atomica.
Kozlov percorre il proprio viaggio con coraggio, qualche dubbio, ma soprattutto con infinito stupore come quando a New York si trova circondato dal newyorchese che «deve correre, arraffare il possibile, difendere il difendibile; sa che non può amare, ma solo desiderare, non ha bisogno d’intelligenza, ma solo di furbizia», mentre lui porta con sé – oltre a una proposta di contratto che dovrebbe catapultarlo nei più importanti tornei tennistici internazionali – il suo volto: «Non ancora scivolato sulle squame dei pesci morti, in fondo all’acquario».
Così vicino, così lontano
Lo scrittore conduce la propria narrazione con l’esattezza e la misura di un curatore che contiene però un’autorialità che scivola dagli occhi del suo amabile protagonista fino a toccare le pulsioni e i vizi di un secolo che solo un rabdomante come Colombati può controllare e all’occasione lasciare libero nelle sue tragiche e assurde deviazioni. Perché il curatore in fondo non è altro che il più classico dei narratori onniscienti di cui ci si deve assolutamente fidare, anche al di là del fatto che sappia per davvero ogni cosa.
Dalla prima pagina il lettore sa dunque che questo viaggio, questo attraversamento sentimentale nel secolo condurrà molto lontano e al tempo stesso molto vicino. Non vi sarà più notte porta infatti molto lontano dalle intenzioni di Kozlov, ma molto vicino ai nostri resti, là dove il futuro non è altro che l’archeologia di quanto non è mai per davvero avvenuto.
Tutto quello che avrebbe potuto compiersi e che poi invece è stato solo accennato: come un gesto imbarazzato o un’acrobazia scoordinata. La linea che fu un desiderio di controllo del tempo diviene così una macchia difficile da indagare senza mutarne già nell’analisi la sua forma.
Colombati osserva il tempo e definisce i contorni del secolo per poi tradurlo in pagina in una storia che sia epica quanto minimale: quella di un giovane che si fa uomo. Un movimento messo in atto dall’autore fingendo al tempo stesso un romanzo ottocentesco quanto una narrazione postmoderna.
Infatti la narrazione salta l’ipotesi di un possibile (e in fondo facile) romanzo postmoderno affidandosi invece alla natura delle cose che in quanto fatti inevitabili si affiancano sullo stesso piano dell’onniscienza del narratore. Uno discorso letterario che porta la finzione fuori dalla finzione stessa, la lotta del e nel secolo risale così fino alla cornice di un romanzo che vive nell’ambiguità di un autore/curatore che organizza documenti in forma di storia.
«Per tutto ciò che non ho visto, sono bastati i libri; e la tua voce. Alla fine, non so dire se lo amo o lo odio, questo mondo: se guardo alle varie nazioni, ai loro costumi e ai loro pregiudizi, alle loro maniere e alla loro storia, alla loro politica e alla loro letteratura, forse mi ritrovo un catalogo che vale la pena di gettare nel fuoco». È un movimento sovrastante quello la Storia agisce sulla vita degli umani, riducendo la loro vita a un insieme spesso di tristi rimanenze. Leonardo Colombati da corpo con Non vi sarà più notte, al suo più ambizioso e ricco romanzo, riuscendo a vincere una sfida non banale.
Voci moltiplicate
Sei sono i movimenti che compongono il testo più l’appendice che ne è evidentemente parte integrante, contenendo al suo interno la fine e la sua stessa dichiarazione o meglio definizione. Una fine che si estende fino agli stessi ringraziamenti solitamente fuori dalla narrazione letteraria, ma che qui inevitabilmente finiscono per essere inclusi.
Romanzo di crolli e di bombe, di beau geste e di tradimenti, Non vi sarà più notte ha il merito di evitare il controllo lasciando scorrere l’intenzione che come tale non si rivela mai totalmente, nemmeno all’autore, compiendosi solo nelle mani dei lettori, finendo per dare corpo a un testo di Jules Verne come di George Sand, di Ray Bradbury come di Ursula Le Guin. Una moltiplicazione di autori e di generi che Colombati libera contenendoli in un gioco serissimo dentro cui ritrarre chi siamo stati, chi siamo, ma soprattutto cosa resta da fare, ora in cui la finzione ha perso ogni credibilità in quanto declinata e degradata quale parte ignobile della realtà.
Siamo nel tempo dell’imitazione, non più della riproducibilità ormai superata da un’aderenza all’originale capace di raggiungere l’ossessione. Colombati moltiplica le voci restituendo così un tono di fondo, quello di un secolo fatto di letteratura dentro al quale il romanzo non solo si sviluppa, ma suggerisce, evitando di conformarsi in una forma data e prevedibile. Non vi sarà più notte si legge di corsa, ma con la vivida sensazione che quello che resta in fondo è quello che è sfuggito agli occhi come al cuore.
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