Chi era David Bowie? La sua immagine e la sua musica hanno avuto il destino di orbitare intorno ai termini “camaleonte”, “trasformismo”, “reinvenzione”. Ma quello che Bowie: The Final Act, il nuovo documentario del regista Jonathan Stiasny, tenta di restituire è la versione umana di un artista che non ha semplicemente tentato di cambiare la forma della sua musica, ma ha provato, in maniera del tutto terrena, a darsi un senso come artista e come uomo.

Così il film, che sarà disponibile per soli tre giorni, il 25, 26 e 27 maggio, in 100 cinema su tutto il territorio nazionale grazie alla distribuzione curata da Madison Pictures, esplora tutta quella parte intima e mutevole di un artista che ha voluto in ogni modo separarsi dalla figura della pop star per abbracciare quella dell’artista.

Distruggere e ricreare

Nel 2016 la morte di David Bowie non sembra una fine. In quell’ultimo album, Blackstar appunto, diventa un buco nero: nel suo “orizzonte degli eventi” il tempo e lo spazio si distorcono a tal punto che presente, passato e futuro trovano una sintesi. Bowie, quel giorno, trasforma la propria scomparsa in un sublime atto creativo: non la narrazione della malattia e della morte, ma della propria malattia e della propria morte.
Il racconto si riavvolge al 1983. Let's Dance, uno dei suoi album di maggior successo. Il cantante che aveva cambiato la storia del rock era diventato un fenomeno mondiale senza precedenti. Il successo lo aveva trascinato in qualcosa che egli stesso detestava. Era un’icona pop, un prodotto vuoto: spot pubblicitari, tour sempre più dozzinali davanti a migliaia di persone, la fine della vena creativa.
Arriva il reset. Basta capelli biondi cotonati. Basta Ziggy Stardust e basta pure con il “Sottile Duca Bianco”. Il passato è cancellato. All’inizio degli anni Novanta arrivarono i Tin Machine, un tentativo violento di distruggere sé stesso per salvare David Jones. Così Bowie diventa il leader di un gruppo pre-grunge con molte ambizioni rock ma senza mordente. Rumore, chitarre sporche, l’ostinazione di voler essere soltanto “uno della band”. Il pubblico non gli perdona la fuga dal proprio personaggio. E le recensioni cominciano a farsi crudeli, umilianti. Jon Wilde, giornalista di Melody Maker presente nel documentario, lo definisce un «povero illuso», una «vergogna». Quando quelle parole raggiungono la Svizzera, Bowie piange.

Un nuovo reset. 1993. Bowie diventa amico dello scrittore Hanif Kureishi, che sta lavorando alla trasposizione televisiva del proprio romanzo d’esordio, The Buddha of Suburbia. È la storia di un ragazzo anglo-pakistano negli anni Settanta, alla scoperta della propria sessualità nella periferia di Londra. Quale occasione migliore per ricominciare da zero? Per ripartire da dove tutto era cominciato. Una colonna sonora dietro la quale nascondersi, certamente. Ma, allo stesso tempo, una via per tornare a comporre e sperimentare. Non per il pubblico, ma per sé stesso.

Quell’album è il Big Bang del Bowie degli anni Novanta. Un artista che comincia a raccogliere i frutti delle subculture urbane. Un nuovo corso. Un collezionista elettrico ed elettronico. Iniziano le incursioni nell’industrial, nella drum’n’bass, nella rave culture, nella jungle. Una via di fuga dalla nostalgia. Il passato è chiuso.
Il documentario insiste su una verità che molti fan fanno fatica ad accettare: Bowie prendeva ispirazione dagli altri con la stessa intensità con cui li abbandonava. Assorbiva artisti, movimenti, estetiche, persone. Li inglobava e riadattava a sé stesso, e poi ripartiva.

E poi arriva il Glastonbury Festival. Estate 2000. Bowie smette finalmente di combattere contro il proprio passato. Sale sul palco più importante d’Inghilterra e canta Life on Mars? senza ironia, senza maschere, senza distanza. «Tutti conoscete questa canzone – dice ai 250mila spettatori – ho una forte laringite, se la voce mi dovesse abbandonare, per favore, datemi una mano». Bowie è una stella, ma anche un uomo che, dopo aver attraversato, raccontato e incarnato mille personaggi, accetta finalmente di abitare sé stesso.

L’epilogo

Durante il film scorrono immagini d’archivio, fotografie, interviste, frammenti di concerti, visi di amici e collaboratori che parlano di Bowie con la passione con cui si parla di qualcuno presente nella stanza: Moby, Goldie, Gary Kemp e gli storici collaboratori Mike Garson, Earl Slick e Tony Visconti, al suo fianco nei momenti più intensi della sua carriera. Fino all’ultimo capitolo.

8 gennaio 2016. Bowie compie 69 anni e consegna al mondo Blackstar, un disco inciso in gran segreto sapendo che il tempo gli stava sfuggendo tra le dita. Due giorni dopo, mentre la critica iniziava appena a comprenderne la grandezza, muore «circondato dall’affetto della famiglia» dopo 18 mesi di cure contro il cancro. Nelle radio passava Lazarus, l’autoritratto di un uomo morente in pace con la propria fine.

Bowie ha mostrato a sé stesso e al mondo che tutto quel viaggio aveva finalmente trovato la propria destinazione. La sua stessa vita, non quella di un personaggio, era diventata arte. Ciò che rimane è una porta socchiusa sull’aldilà, un ultimo messaggio: «Look up here, I’m in heaven».

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