Leggendo i discorsi dei leader di FdI emerge chiaramente una traditio che porta fino al fascismo storico. È una genealogia ideologica che riguarda tutto: dal ruolo della donna nella società alla scuola allo Stato, come esplorato nel saggio La continuità del male (Feltrinelli 2026)
Non avrei mai pensato di scrivere un libro del genere ( ovvero La continuità del male, Feltrinelli). In primo luogo, perché non avrei mai pensato che un giorno mi sarei trovato a vivere in un paese governato da persone con idee del genere. E in secondo luogo perché sono uno storico dell’arte, e finora i miei libri hanno tutti un legame più o meno evidente con la disciplina che studio. Questa volta no, questa volta è un libro diverso. Non che il nesso non ci sia, ma affonda le sue radici in uno strato più remoto della mia formazione.
Quando avevo diciannove anni, l’ultimo anno del liceo, lessi un libro che decise una buona parte del mio futuro: L’apologia della storia, o mestiere di storico, di Marc Bloch. Storico tra i più visionari e influenti del Novecento, perse la cattedra alla Sorbona in quanto ebreo, e dovette entrare in clandestinità nel 1942. Membro della Resistenza, fu catturato dalla Gestapo di Klaus Barbie l’8 marzo del 1944 e, dopo mesi di torture, fucilato il 16 giugno.
«Papà spiegami allora a che serve la storia»: la domanda che apre quel lucidissimo testamento mi folgorò. Mentre cercavo di dare un senso alla mia vita attraverso lo studio, arrivava una risposta chiara, decisiva: il metodo critico della storia, quello che insegna a leggere le fonti, metterle in relazione, interpretarle e farle parlare è «una tecnica» che apre «una nuova via verso il vero, e perciò verso il giusto». È «l’arte di dirigere utilmente il dubbio», che smonta la propaganda del potere leggendo i testi, confrontandoli denudandoli e costringendoli a dire “la verità”. È il metodo del dubbio, l’attrezzo che scardina ogni totalitarismo, la pratica intellettuale del dissenso.
Di fronte al nazismo e al genocidio degli ebrei, la risposta di Bloch è quella di una generazione che, in Italia, decide di porre la cultura a difesa della libertà a caro prezzo riconquistata: il primo comma dell’articolo 9 della Costituzione («La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca») progetta uno Stato fondato non sulla segretezza e la credulità, ma sulla ricerca della verità, sulla diffusione capillare del metodo critico, sul dissenso addirittura.
Il vaccino delle democrazie che rinascono dalla resistenza è il pensiero critico: un vaccino contro nuovi fascismi. Bloch scrive che quel pensiero critico era particolarmente necessario nella sua epoca, «più che mai esposta alle tossine della menzogna della falsa diceria». Parole non meno vere oggi, al tempo della post-verità, della crisi profonda delle democrazie, dell’intelligenza artificiale e di un nuovo controllo sistematico dell’informazione da parte del potere.
Dentro Fratelli d’Italia
Così, quando Fratelli d’Italia è diventato il primo partito della parte di paese che va a votare, e dunque il perno del governo della Repubblica, mi sono chiesto quali fossero davvero le idee della sua leader, della sua classe dirigente: quale la visione del mondo, al di là della propaganda, e quale il progetto di società.
Il dibattito pubblico sul loro essere, o meno, fascisti era posto in termini che non mi convincevano: perché astratti (“la storia non si ripete” contro “la storia si ripete”), troppo inchiodati all’eterno presente della cronaca (“sono solo dei cialtroni”), apologetici (“Meloni ha introiettato i valori moderati”), troppo militanti (“basta guardarli per capire che sono fascisti”), troppo politicisti (è, o non è, un’estrema destra..) o non perfettamente a fuoco (i ragionamenti basati sull’estensione a Fratelli d’Italia di ciò che via via si apprendeva dalle inchieste, ottime e fondamentali, sui neofascismi dichiarati).
Quel che mi pareva mancasse, almeno in una versione sistematica, era un’analisi non di ciò che questa destra al governo nasconde, ma di ciò che dice apertamente di sé stessa e del mondo, di ciò che scrive, di ciò che proclama a voce alta. E così ho tolto un po’ di tempo alla lettura delle fonti storiche del mio Seicento figurativo, e mi sono messo a leggere distesamente i libri e i discorsi di Giorgia Meloni, e i testi programmatici fondamentali di Fratelli d’Italia. E a cercarne le radici, tracciando una genealogia dimostrabile: una continuità di idee, e insieme una ininterrotta trasmissione personale.
Una vera e propria “traditio”, cioè un passaggio di mano in mano, di generazione in generazione: una linea che ho chiamato “la continuità del male” perché porta diritta al pensiero del fascismo storico in Italia e in Germania. Una continuità che riguarda tutto: dal ruolo della donna nella società al conflitto sociale, dalla scuola al rapporto tra i poteri dello Stato.
Nazione, identità, razza
Ma il nucleo ardente di questa ideologia, o forse meglio mitologia, riguarda l’idea di nazione, l’identità, la razza. Sì, la razza. Quando l’ex cognato, e ancora ministro, di Giorgia Meloni Francesco Lollobrigida parlò di «sostituzione etnica», una diffusa levata di scudi indusse i vari portavoce dell’estrema destra ad assicurare che era un banale incidente terminologico, che non si sarebbe più ripetuto.
La realtà è un’altra: Giorgia Meloni crede che l’umanità si divida (sul piano fisico) in razze, lo ha detto in un libro. È esattamente la stessa cosa che dice Roberto Vannacci quando nota che Paola Egonu sarà anche italiana, ma non ha i tratti somatici “italiani”. Siamo in un campo minato ideologico, ma è proprio qua che nasce l’idea che una razza bianca europea cristiana incapace di perpetuarsi attraverso le nascite venga sostituita (con una regia più o meno occulta da parte di poteri internazionali – leggi “ebraici”) con neri islamici.
Le varie genealogie che ancorano questa aberrante idea al presente sono fallaci: è dimostrabile che essa nasce invece nel ventennio fascista, tra Italia e Germania, e che lo stesso Mussolini ebbe un ruolo centrale nel propalarla, attraverso libri che oggi vengono ossessivamente ripubblicati da case editrici organiche a questa estrema destra. Idee vecchie di un secolo, che oggi conoscono una nuova giovinezza, in un contesto internazionale in cui è il presidente americano Donald Trump a gerarchizzare razzialmente il mondo attraverso le guerre – e il suo paese attraverso la deportazione e il terrore dell’Ice.
Il mito di Sparta
E anche quando queste idee assumono forme apparentemente nuove, dissimulanti, è tuttavia possibile dimostrarne una genealogia nel fascismo storico. Per esempio: perché Giorgia Meloni si fa fotografare in posa sorridente davanti alla copertina del febbraio 2022 di Magnete (il tabloid di Gioventù nazionale distribuito nelle scuole), nella quale lei stessa è disegnata come un oplita spartano? E perché le scuole giovanili di Fratelli d’Italia si chiamano “agoghé”, come quelle degli antichi spartani?
Nei suoi libri, Meloni esalta l’eroismo degli spartani che alle Termopili si immolano contro l’invasione persiana, accodandosi al credo “nativista” di tutte le estreme destre mondiali: al punto che il “lambda” (la lettera greca iniziale dell’altro nome degli spartani, i Lacedemoni) è stato censito nel più importante repertorio americano dei simboli di odio. Si potrebbe pensare che almeno questo sia un mito neofascista, cioè creato nel Dopoguerra.
In effetti Maurice Bardèche – cognato del fascista e collaborazionista filonazista Robert Brasillach – pubblica nel 1969 Sparte et les sudistes. Ristampato nel 1994, e nel 2019, quell’elogio di Sparta venne tradotto in Italia già nel 1970, dalle Edizioni del Borghese, con il titolo Fasciscmo70. Sparta e i sudisti, e quindi viene riproposto nel 2013 (ultima ristampa nel giugno 2025) dalle Edizioni di Ar di Franco Freda, con il non equivoco titolo Fascisti si nasce. Sparta e i sudisti.
Ma, anche qua, la miccia è più lunga: il mito del modello spartano presso l’estrema destra europea inizia con un articolo del maestro di Bardèche, Maurice Barrès, del 1906, che esalta la capacità spartana di costruire una «razza dominante»: e da lì si diffonde soprattutto in Germania, fino a incontrare l’entusiasmo di Adolf Hitler in persona, che definisce con entusiasmo Sparta «il primo Stato razzista». Ecco dove affonda le radici l’immaginario delle “agoghé” di Fratelli d’Italia. Ed ecco come si dimostra la continuità del male.
Sabato 18 aprile dalle 19 alle 20, Tomaso Montanari presenterà il suo libro La continuità del male. Perché la destra è ancora fascista, nell’ambito della FESTA DELLA RESISTENZA presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, insieme a Cathy La Torre, avvocata e attivista, e Ira Rubini di Radio Popolare.
A Roma, il 22 aprile, alle ore 19:00, lo presenterà a Palazzo San Lorenzo con Pablo Trincia. L’autore sarà poi presente al Salone del libro di Torino venerdì 15 maggio alle 18.15, Sala Viola
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